"Rinnovarsi o Perire" è una delle più note sintesi nenniane. Quando la disse, Pietro Nenni parlava del socialismo italiano, ma l'espressione è quanto mai attuale (purtroppo), anche per il centro sinistra odierno. A mio avviso ai così detti "gruppi dirigenti", non è ben chiara la portata dell'esito delle ultime elezioni: noto, infatti, che è ancora la contingenza a far da padrona, la tattica parlamentare migliore, sperando in un altrui passo falso e cercando di smascherare le vere o presunte altrui contraddizioni. Peccato non si colga la "luna di miele" che Salvini (che tra l'altro sta pure giocando bene la sua partita) e Di Maio (che con il gesto di Fico di rinunciare all'indennità ha già segnato un punto pesantissimo verso l'opinione pubblica) hanno con Paese e Media, che fa sì che ogni attacco, specie se isterico, abbia effetto controproducente per chi lo lancia. Non noto l'avvio di una fase di discussione e, sopratutto, rimessa in discussione del centro sinistra nel suo impianto. Ho da poco letto il libro di Matteo Renzi "Avanti". Onestamente pensavo peggio, ma speravo meglio. Nel senso che nel libro vi è meno autocompiacimento di quanto temessi (ce n'é, ma in misura tollerabile, comunque molto meno di quello che si respira nei libri di Di Battista - sì, li ho letti - che sembrano sempre scritti da Manuel Fantoni "mi sono imbarcato su un cargo battente bandiera liberiana..."), ma anche non sufficiente riflessione, Il libro, di fatto, racconta gli ultimi 3 anni di vita di Renzi, è una raccolta delle cose fatte e delle persone viste, di percezioni e dietro le quinte. Emerge come ci sia stata una tensione al "fare" quasi maniacale in taluni punti, che possa aver talora trascurato il resto, ma non si scorge un diesgno unitario in tutto questo "fare" se non una indistinta esigenza di "modernizzazione". Ovviamente nel libro Renzi racconta la sua versione dei fatti e si toglie qualche sfizio. Mi ha colpito molto quando descrive le sue idee su come riformare il partito e le modalità di partecipazione, perché mi rendo conto che su quel fronte, in realtà, nulla, o comunque molto poco, è stato fatto. Nel senso che non vi è stato nessun rinnovamento a livello periferico nei linguaggi, nelle organizzazioni, ma, semmai un trascinamento per inerzia rispetto alle dinamiche di vertice, che ha creato spesso, false aspettative nei momenti buoni e desertificazioni nei meno buoni. Qualcuno vorrebbe raccontarci che la causa attuale dello stato della Sinistra sia stato il renzismo. Magari fosse così, sarebbe facile la risoluzione, io penso che il renzismo sia stato un'illusione, che ha per un po' nascosto il problema - certo poi ci ha messo del suo per produrre il quadro odierno, ma quello è contingenza. La Sinistra è in crisi da 25 anni. A livello globale. Caduto il muro, avviata la globalizzazione la Sinistra non ha saputo ripensarsi, nascondendosi in ridotte sempre più ridotte e diventando da popolare a elitaria. 25 anni fa in Italia i partiti della Sinistra nelle sue varie declinazioni sfioravano il 50% dell'elettorato. Ora sono ridotti al 20% scarso. Il tema, quindi, non è come il presidente della Camera vada alla Camera, o come avvenga la nomina dei capigruppo e dei vari funzionari al Parlamento, il tema è La Sinistra cos'è oggi. Chi rappresenta, come lo rappresenti, chi voglia e come rappresentare. dove voglia andare, come voglia arrivarci e come intenda comunicare. Per ricostruire serve uno sforzo collettivo e serve che quelli che oggi comunque hanno potere di condizionare tale discussione - e Renzi è uno di questi - facciano uno sforzo di generosità, svincolandolo dalle proprie vicende personali, riunciando a primazie o regolamenti di conti. Qui si deve elaborare una chiave di lettura del presente e una prospettiva futura, un modello organizzativo che la porti avanti. Un lavoro non di un giorno. Uno sforzo enorme per Rinnovarsi, per non perire.
affinché, un giorno non si dica: "i tempi erano oscuri, perché voi avete taciuto"
sabato 31 marzo 2018
domenica 18 marzo 2018
su leviam, non è tempo di esitar..
Una simpatica canzoncina che ci cantavano la mattina al risveglio ai campi scout diceva "...Su leviam, su leviam, non è tempo di esitar". Ecco forse il tempo delle esitazioni deve finire. Ho riflettuto molto sull'esito delle utime elezioni in Italia. Ho letto i molti pareri e disamine di illustri studiosi, politici, intellettuali e giornalisti vari. Ovviamente ne ho discusso con gli amici e ho dato uno sguardo ai social dove ovviamente ci trovi ogni tipo di esperto. Non voglio qui fare una disamina sulle cause dell'esito (per me infelice, ovviamente, in quanto elettore di centrosx), poiché se ne sono fatte anche troppe. Vorrei solo ribadire sul tema alcuni punti, in particolare che la crisi della sx non è qualcosa da ritenere essere fenomeno degli ultimi anni, sono almeno 15 anni, e che è di varia natura. Dargli addosso a Renzi e sperare che fuori lui tutto si risolva è pertanto semplicisitico. Soluzioni semplici a problemi complessi sono certo rassicuranti (e magari fanno vincere le elezioni), ma non consentono aprire cicli di effettivo cambiamento e trasformazione sociale. Certo, Renzi ci ha messo del suo, nel bene e nel male. Sopratutto perché il non essere uscito di scena dopo il referendum perso come promesso gli ha fatto perdere credibilità (e lo ha fatto apparire come assetato di potere - avrebbe avuto il tempo per un grande rientro e avrebbe potuto passare un paio d'anni almeno a studiare e capire un po' il paese), poi la narrazione ottimistica, che si scontra con un paese che sì sta lentamente uscendo dalla crisi, ma che ha molte magagne e che della crisi ci esce a pezzi, nel senso che ci sono parti della società che se la giocano e parti in agonia, alcune cronica. In queste parti il centro sx è sparito, ma non da ieri, da un pezzo, lasciando il campo ai semplificatori di professione e a quelli che, comunque, vuoi per novità, vuoi per capacità di riverniciarsi, sono apparsi più credibili, più onesti, meno responsabili delle difficoltà in cui versano certe fasce della popolazione. Anche sulla questione banche, non si è riusciti a spiegare in modo semplice un fatto: salvare le banche è stato necessario, poiché un crollo del sistema sarebbe stato ben peggiore. Vero è che si sarebbe dovuto nel contempo acclarare e riformare quello che non ha funzionato. Anche qui le vicende MPS prima e Boschi hanno tolto credibilità all'azione e anche nel suo caso la Boschi, (chi mi conosce sa che mi spiace molto dirlo), avrebbe dovuto "per opportunità" saltare qualche turno. L'occasione per grande rientro ce l'avrebbe sicuramente avuta. Ogni tanto bisogna sapere non solo perdere, ma anche aspettare.Il censtro sx è stato percepito come elite. E in parte è vero. Si aggiunga poi la sua burocratizzazione e in parte anche la spocchia di talune sue componenti, arriviamo ai vari ingredienti che ne hanno determinato la sconfitta. Pesantissima. Vi è stato il fenomeno immigrazione, l'insoddisfazione verso la UE (non tutta a torto), il fuoco amico (anche sui social si nota, leggete i commenti di quelli "di sinistra" è tutto uno spararsi addosso, un darsi patenti di sinistra, un recriminare) ben maggiore che non tra gli avversari, che anzi, hanno digerito bei rospi. Abbiamo infatti ormai chiaro che agli italiani, se il presidente del Consiglio è l'uomo più ricco del paese e controlla l'informazione e a pesanti conflitti d'interesse, se il principale partito del paese è sostanzialmente gestito in modo oscuro da un ristretto gruppo e da una srl e non vi è parvenza di democrazia e trasparenza interna, e molti dei suoi esponenti sono incompetenti e invasati (la foga giustizialista è un po' una nemesi per certa sinistra che su di essa ha campato qualche lustro), se il principale partito delle aree ricche del paese è percorso da pulsioni xenofobe, omofobe e si è pure imbertato 50 milioni di euro, se le principali forze politiche del paese, sono no vax, credono alle scie chimiche e alle teorie del complotto e altre amenità, se insomma l'antifascimo ha anche un po' stufato, sono tutte cose che NON interessano. L'importate è che facciano. Facciano cosa? Facciano. Ci facciano stare meglio, essere più sicuri, ricchi. E pazienza se il resto va a remengo. Eh sì, perché io non credo che vox populi sia vox dei. Ho fatto un po' di politica diretta, col "popolo" mi sono confrontato e il "popolo" non è sempre così limpido e obbiettivo. Come dissi una volta, vincere un'elezione non dà competenza, capacità o moralità, non certifica che si ha ragione, ma dà responsabilità di governo. Spesso ciò è dimenticato, e chi viene eletto si crede superman. Anche qui sta uno dei punti della sconfitta della sinistra. Si è persa la funzione culturale, direi pedagogica. E la capacità di studio. I temi, i problemi, la società, vanno studiate, approfonditamente e le elaborazioni conseguenti vanno diffuse, spiegate, non in paludati convegni, ma ovunque, nelle scuole, nelle strade, nei luoghi di lavoro, a casa. Per far questo ci deve essere una valorizzazione della militanza. Il militante partecipa al processo di elaborazione culturale, alla sua trasformazione in proposta politica programmatica e alla sua diffusione. Basta con questa democrazia dello slogan, dello strillo, della rissa e dell'ovazione. E va chiarito un punto, la democrazia NON è un modo per organizzare la società, se funziona bene, altrimenti anche sistemi più autoritari vanno bene "se funzionano", non a caso i vincitori di queste elezioni si ritrovano in Putin e in Trump, la democrazia è IL modo, e va implementata e resa funzionale giorno per giorno. E sui principi di democrazia non si può fare sconti. Che fare, quindi, direbbe LENIN? Studiare, studiare, studiare. Progettare, dialogare e darsi un orizzonte. Nel '900 le sinsitre proponevano progetti utopici, spesso di ciò si era consapevoli, ma si sapeva che si stava andando in quella direzione, non importa quando, ma ci si sarebbe arrivati. Oggi il centrosx dove vuole andare? Qual'è l'orizzonte ultimo? Gli Stati Uniti d'Europa? Una società più equa? più avanzata?U na società che non tolleri, anziché ignorarli, carnami tipo quello siriano (per fare un' esempio)? Bene elabori un disegno, una grande visione, che ci cosenta di levare gli occhi al cielo e non rimanere prigionieri nei recinti di paura e pregiudizio in cui si vuole rinchiudere questo paese. Perché il binomio Lega-M5S vuol dire un'Italia che frena sull'UE, avvicinandosi ai paesi dell'Est e Putin (che come Erdogan, Trump e altri, ha tutto l'interesse che l'UE resti incompiuta), un'Italia che ha paura di un mondo dove le genti si muovono liberamente, dei diritti civili e delle scoperte scientifiche. Ecco la sinistra dovrebbe avere il ruolo di accompagnarci con fiducia e avvedutezza verso il domani, affrontare la sfida della sostenibilità ambientale, della questione demografica, delle nuove tecnologie, delle nuove esplorazioni, dell'impatto dell'automazione, del lavoro che verrà, di una società che piaccia o no è globale, insomma per dirlla alla Nenni, far si che in questo cammino venga portato avanti chi è nato indietro. E sempre per dirla alla Nenni, per far questo la Sinistra deve rinnovarsi o perire. Su questo, tutti coloro i quali sentono di essere affini a un pensiero di progresso e solidarietà sociale dovrebbero ritrovarsi e cominciare a scendere dalle tribune del disimpegno in cui, per un motivo o per l'altro si sono accomodati, dalle poltrone degli eterni e innumerevoli distinguo, dagli scranni autoreferenziali su cui si sono assisi, rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Esiste ancora qualcosa nel centrosx italiano che si può utilizzare come strumento per tale percorso, non sarà breve o facile, ma io penso sia doveroso. Lo dobbiamo alla nostra storia, alla storia delle nostre famiglie, a noi stessi, al futuro. Non è più tempo di stare a braccia conserte e a guardare gli altri col sorrisetto, non è più tempo di fare i saputelli dagli spalti. E' il tempo dell'impegno, dello sporcarsi le mani, è tempo di riprendere parte. A cominciare da me.
giovedì 8 marzo 2018
Credere Combattere (dis)obbedire
Ho appena concluso di la lettura di "Credere, Combattere (dis)Obbedire", di Marco Cappato. Un testo che consiglio e che consiglio sopratutto a chi si vuole cimentare nella ricostruzione della Sinistra Riformista in questo paese. Cappato racconta le sue esperienze di disobbedienza civile, che non è ribellismo, non è vandalismo, non è sfida al potere costituito democratico o meno che sia,è, invece e, sopratutto, non violenza, è forza e non prepotenza, è il confronto con un potere prevaricatore, ponendosi nell'ottica di volerlo convincere e non sfidarlo sul terreno a lui più congeniale della violenza. Cappato racconta le battaglie per la difesa del diritto alla Scienza, la difesa della ricerca sugli OGM, la costruzione Europea, i diritti d'informazione, la legalizzazione della cannabis, le battaglie di Welby (impossible rimanere insensibili leggendo la lettera di Welby a Napolitano) per la possibilità di ognuno di decidere come voler morire, i diritti degli omossessuali, la vicenda di Dj Fabo. Cappato non è un anti sistema, ma ritiene che spesso, soprattutto in Italia, vi sia troppo Stato in alcuni ambiti e troppo poco in altri. Ripercorrendo la sua vicenda personale e la sua vicinanza con Pannella, Cappato discute ognuno di questi temi con schiettezza, e ragionevolezza talvolta disarmanti in questi tempi di compulsiva emotività. porta le sue personali esperienze, molte davvero significative, il tutto senza mai scadere nell'autocompiacimento e nemmeno mascerandosi in ipocrita modestia, ma con la consapevolezza delle proprie azioni e del proprio vissuto. I temi discussi sono tutti molti vivi e presenti oggi, e sono le sfide che ci pongono i nostri temi, che dobbiamo affrontare come singoli, ma sopratutto come società. E come li affronteremo determinerà cosa diventeremo.
mercoledì 21 febbraio 2018
L'importanza di chiamarsi Fornero
"10 cose da sapere sull'Economia Italiana - prima che sia troppo tardi" di Alan Friedman. Il libro di fatto ricalca il precedente "Ammazziamo il gattopardo", in cui Friedman raccontava un po' delle italiche magagne, ossia di quei problemi strutturali del nostro Paese che, per varie ragioni, fatichiamo a correggere, spesso procrastrinando, aggravando la situazione e scaricandola sui posteri. In questo nuovo libro il tema futuro è centrale, Friedman analizza, viaggiando assieme a una fittizia famiglia livornese, paradigma della famiglia media italiana, i problemi della disoccupazione giovanile, del debito pubblico, della crisi bancaria, delle difficoltà delle piccole imprese, del rapporto col fisco, della visione dell'Europa, della burocrazia paralizzante, del sistema pensionistico. La lettura è agile e i temi posti con chiarezza, talvolta brutale, non gridando alla casta, ma a problemi che sono incistati nella società italiana, taluni culturali, taluni storici. Si osserva come molte problematiche siano scaricate sui posteri, poiché la mancanza di una sistema di governo forte e non assetato di consenso impedisce di affrontarli come si dovrebbe. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine. Due fra tutti, il debito pubblico, che per esempio nella campagna elettorale 2018 quasi tutti tacciano (lodevole eccezione Emma Bonino), dimenticando come questo sia una bomba a orologeria, che potrebbe portare non fra 30, ma fra 5 anni ad attacchi di tipo speculativo al Paese, innescando una crisi finanziaria ben più drammatica di quella, pur pesantissima, da cui lentamente stiamo uscendo, una bomba che va disinnescata, con misure serie, senza promettere irealizzabili tagli di tasse, o aumenti del deficit, ma attraverso una seria revesisione della spesa pubblica e una successiva riforma del sistema fiscale, rendendolo più sempliche, ma anche anche poiù "certo". L'altro nodo è quello delle Pensioni. Può piacere o no, ma nel nostro paese si vive sempre di più, e, diversamente da quanto uno possa credere, i contributi che ogni lavoratore versa all'INPS non servono a pagare la sua futura pensione, ma quella di chi in pensione c'è già. Un sistema così funziona bene se gli occupati sono più dei pensionati (il rapporto era 4 a 1 al tempo della riforma Brodolini che istituì il retributivo), oggi è a mala pena di 1 a 1 (questo pone il tema dell'occupazione, specie giovanile, altra sfida per l'Itaia). Inoltre aver avuto per lungo tempo un sistema retributivo ha fatto sì che si elargissero pensioni generose, non coerenti con quanto ciascuno aveva effettivamente versato. Su questa questione probabilmente con i miei ci avrei litigato, ma è normale. Questo ha reso necessarie diverse riforme del sistema a partire dal 92, per evitare che il sistema saltasse (siamo tra quelli che al mondo hanno la maggior spesa pensionistica, in parte sorretta dalla fiscalità generale), fino ad arrivare alla detestata FORNERO. Friedman nel libro dice molto schiettamente, cosa che anch'io più modestamente ho sempre pensato, ma mai esternato, per evitare litigi inutili, che la FORNERO è stata una medicina amarissima, ma indispensabile, e la Fornero è stata l'unica, tra coloro i quali hanno retto le istituzioni, almeno in tempi recenti, a parlare con franchezza e onestà agli italiani, presentando loro la realtà dei fatti. E ovviamente a chi fa il lavoro sporco l'Italia certo non riserva encomi. Certo la riforma può avere dei correttivi, ma chi racconta di volerla buttare via, imbroglia. Il nodo è che bisogna trovare il modo di ridurre il cuneo fiscale, ciò il differenziale tra quanto pagano le aziende e quando percepisce il lavoratore, in modo che questi possa affiancare alla pensione INPS (che percepirà lontano nel tempo e non sarà larghissima) una pensione integrativa, cosa che difficilmente oggi la media dei lavoratori dipendenti o autonomi che siano riesce a fare visti gli attuali livelli di reddito.
Friedman riesce a dare, in modo agile, strumenti utili per chi voglia guardare al presente di questo Paese e al suo futuro con realismo e senza farsi irretire da imbonitori di sorta. Sempre che questo Paese lo voglia e non preferisca invece farsi irretire. Perché, comunque, prima poi dovrà amaramente risvegliarsi.
lunedì 12 febbraio 2018
Riflessioni Sinistre
In questi giorni di forzata inattività, mi sono messo a rileggere un po' di testi, ma sopratutto ad leggermi le posizioni attuali delle forze di sinistra in campo, i loro programmi, le riflessioni dei loro capi. Devo dire che le varie sigle di sinistra, l'un contro l'altra armate, che allegramente marciano verso una probabile batosta, mi ricordano quanto diceva Turati, che parlando del Socialismo Italiano, diceva che il suo principale problema erano i Socialisti Italiani, rissosi e condannati alla scissione perpetua. Questo germe si è diffuso a tutta la sinistra italiana, arrivando a quel paradosso della sinistra
"virale" magistralmente raccontato da un Bertinotti-Guzzanti in uno dei suoi spettacoli. Se da un lato c'è un tendenza a privilegiare la forma sul contenuto, rinnovando sì i linguaggi, ma perdendo di vista la necessità di dare comunque sostanza e respiro alle proprie posizioni, non riducendole alla frenesia di ridurle a slogan, a tweet, non assoggettandole a un frettoloso qui ed ora, per l'ansia da consenso, dall'altra vi è una vetusta autoreferenzialità in una presunta superiorità morale e intellettuale, che di fatto inibisce ogni tentativo di analisi e lettura del presente e di disegno di nuove rotte, che non siano quelle già tracciate lustri fa, quando i mari erano ben diversi. In ambo i casi si produce una sinistra velleitaria, elitaria, chiusa, rappresentativa solo di determinati gruppi e di fatto dedita alla difesa di questi e non a dare una lettura del presente e un'idea di futuro. Avessimo chiesto cinquant'anni fa, ai partiti della sinistra di allora: Compagni dove vogliamo andare? Avremmo ottenuto varie risposte, alcune utopiche, altre più pragmatiche, ma avremmo comunque avuto riscontri, immaginiamo di porre una domanda simile oggi, avremmo delle risposte? E ne avremmo di comprensibili? Più probabilmente avremmo qualche imbarazzo alla parola compagni da parte di qualcuno e qualche sorriso di autocompiacimento da talaltri.
Ho letto qualche tempo fa un bel libro di Mujica, il mitico ex presidente dell'Uruguay, paese sudamericano, che in molto somiglia all'Italia - non a caso molti nostri connazionali ci sono immigrati in cerca di fortuna. Mujica è stato spesso additato a modello per la sua capacità di rinuciare agli sfarzi della politica, ma ci si è poco soffermati sui contenuti della sua azione. Se da un lato andrebbe preso a modello per la cortesia dei modi di porsi - quanto avremmo bisogno di cordialità nella politica italiana e di rispetto reciproco - dall'altro il suo pragmatismo e capacità di analisi sono altri due elementi peculiari, secondo me tipici di una sinistra di governo, ma assenti nella sinistra nostrana. Mujica, infatti, va ben oltre la retorica, e la sua semplicità, che vuole essere anche modo per non divenire condizionato dal Potere, ma per poter esercitarlo con il necessario distacco che dovrebbe avere ognuno che si trovasse a occupare pubblica carica (usarlo senza esserne sedotti), è corollario e non teorema. Interessante è, per esempio, scoprire che Mujica crede negli accordi commerciali sovranazionali, ritenendoli strumenti con cui evitare lo strapotere del Mercato e quindi del Capitale rispetto ai lavoratori, per questo si compiace del CETA tra Ue e Canada e auspica il TTIP (ai sinistri nostrani penso sia venuto il coccolone), spera a un rafforzamento del MENCONSUR (il mercato comune americano - un caso che TRUMP lo contesti?). Ma di fatto questa è un'ovvietà, è ovvio che se più governi riescono ad accordarsi per uno schema di regole, che abbia lo scopo di favorire gli scambi e non alcune parti, questo consenta economie più eque, significa dare regole da rispettare alla multinazionali e su cui poterle controllare (in assenza, le multinazionali vanno molto meglio a regolarsi con i singoli governi, dei singoli Stati, spesso ben più facilmente malleabili).
Mujica poi elogia molto l'UE, ne auspica un rafforzamento, vedendola come il motore principale alla diffusione di principi di democrazia, diritti civili e sociali non che come elemento di riduzione dei conflitti nel mondo.
Mujica poi elogia molto l'UE, ne auspica un rafforzamento, vedendola come il motore principale alla diffusione di principi di democrazia, diritti civili e sociali non che come elemento di riduzione dei conflitti nel mondo.
Mi ha poi molto colpito scoprire l'organizzazione della sinistra uruguayana: una federazione di sigle diverse, che si presentano unitariamente alle elezioni nazionali, pur mantenendo le proprie auotnome identità, seleziona con primarie interne il candidato presidente e la squadra di governo. Fantascienza.
lunedì 22 gennaio 2018
Avere qualche numero in testa
In questa campagna elettorale, segnata da chi la promette più grossa, vorrei dare qualche consiglio di lettura a chi voglia affrontare il tema "a chi dare il mio voto" con cognizione di causa. Consigli buoni anche per chi vorrebbe chiedere il voto appellandosi al buonsenso degli elettori e non trattandoli come plebe da gestire a "panem et circensem". Come cittadini, infatti, in questa tornata elettorale dovremmo sentirci feriti nel nostro amor proprio nel vedere che tutti i maggiori gruppi e leader politici si contendono il nostro consenso promettendoci mirabolanti tagli di tasse varie o abassamenti di età pensionabile, o di realizzazione di investimenti in deficit in sfregio alle regole europee, anzi con il consenso dell'UE che otterremmo in virtù della nostra "credibilità e forza contrattuale" (probabilmente qualcuno pensa che avere il terzo debito pubblico del mondo sia una sorta di attestato di merito), anziché spiegandoci il reale stato dei conti. illustrandoci un piano preciso di tagli alla spesa pubblica, che permetta poi una graduale riduzione della pressione fiscale e una revisione della spesa pensionistica. E' evidente che la classe politica conosce l'elettorato, e sa bene che l'onestà intellettuale, il pragmatismo e la pacatezza non ottengono consenso. Meglio far leva sui tratti più beceri dell'italianità e lavorare per slogan e promesse palesemente non sostenibili, tanto dopo il voto, qualcuno a cui dare la colpa se non si manterrà il promesso lo si trova sempre. Il tema del debito pubblico non è neanche sfiorato. Fa eccezione +Europa a onor del vero e qualche esponente DEM.
I libri da suggerire sono tre, li vedete qui a fianco. 2 Sono di Carlo Cottarelli, il mitico primo commissario della spendig review, il cui rapporto pur presentato dal governo è finito rapidamente nel dimenticatoio, per intraprendere tagli più soft, l'altro è di Roberto Pedrotti, che è stato consigliere economico del Governo Renzi e se n'è andato una volta compresa l'impopolarità e la resistenza che suscita il voler ragionar pragmaticamente di tagli alla spesa pubblica. Eppure da tagliare ce ne sarebbe. E parecchio. E si risparmierebbe, e molto, denaro pubblico, di più di quanto se ne ricaverebbe dai tagli stessi, poiché l'eliminazione di spesa improduttiva consentirebbe di avere più risorse per investimenti e sopratutto di liberare risorse private per il medesimo scopo, ottenendo un effetto positivo ulteriore per la riduzione del debito pubblico, tema che dovrebbe essere centrale nella proposta economica di qualcisasi partito che si candidi seriamente a governare questo paese. Non si può sperare che il debito si riduca per magia, solo perché si fanno investimenti pubblici o si confida nella ripresa che un taglio delle tasse potrebbe generare, bisogna fare scelte a ciò mirate. Cottarelli ne il Macigno, ci riepiloga come si è formato l'enorme debito pubblico italiano e quali sono le vie per iniziare a liberarsene, passando in rassegna tra quelle effettivamente percorribili e quelle francamente avventuriste; ne la Lista della Spesa, si presenta di fatto un "compendio" della relazione fatta come commissario alla spending review, evidenziando settore per settore dove e come tagliare. Se alcuni settori sono noti, alcuni sono delle sorprese - per me - basti pensare quanto costa la diplomazia e quanto costa l'euro burocrazia, tutti elementi che potremmo ridurre e migliorare con una maggiro integrazione europea. Sulla medesima riga Status Quo, dove Pedrotti illustra un piano di tagli pluriennale di 60mld di euro e racconta la sua esperienza come consulente governativo, illustrando come molte sono le "caste" che si oppongono ai tagli, specie quelle dei burocrati, che spesso sanno cambiare legge nel corsodi una notte. Pedrotti smitizza anche un po' i costi della "casta" dei politici, pur ritenendole necessarie, nel senso che in un percorso di riduzione della spesa, l'esempio dei gruppi dirigenti è fondamentale, per cui propne una serie di misure per ridurre i costi della politica delle Regioni e delle strutture dello Stato centrale, pur quantiicandoli con precisione, evidenziando come sia numeri importanti, ma non quelli della vulgata popolare. Tutti e tre i testi hanno una ricca bibliografia per chi vuole approfondire il tema, il testo di Pedrotti poi, ha molti riferimenti on-line. Da leggere, sopratutto per chi pensa che il debito pubblico non sia un problema reale o prioritario.mercoledì 3 gennaio 2018
Sono sempre i migliori...
Si dice che "sono sempre i migliori quelli che se ne vanno...", quando uno ci lascia " era tanto una cara persona", quando uno sta male "speriamo si rimetta presto", lo diciamo anche di quelli che ci stanno sulle scatole, di quelli di cui non ci frega nulla e di quelli che conosciamo solo per sentito dire. E' un po' politically correct o normale conformismo ipocrita. Orbene, nella vita reale, se ne vanno anche i pessimi (per fortuna) e stanno male pure gli antipatici. Certo non sta bene goderne o augurare sventure, ma trovo più sincero, a volte, tacere piuttosto che unirmi a cori fintamente piangenti. Se n'è andato ieri il Giudice Imposimato, oggi i media ne ricordano le battaglie da Giudice, la partecipazione a inchieste importanti, l'impegno politico, qualcuno la vicinanza col M5S degli ultimi tempi (si badi questa non è un colpa, ma nemmeno un vanto, direi...), pochi, pochissimi e solo con qualche accenno hanno ricordato le posizioni assunte da Imposimato gli ultimi anni in tema di Vaccini, Obbligo Vaccinale e complotti vari (dall'11 settembre in giù...), oltre che aver dato di sé un'immagine estremamente politicizzata, continuando a fregiarsi del titolo di magistrato (cosanon rara tra togati ed ex), contribuendo a rafforzare i dubbi di chi non ritenga propria terza e il più possibile oggettiva l'azione giudiziaria in Italia. Orbene, io credo che uno, sopratutto quando ha una grande storia alle spalle e rappresenti qualcosa, abbia il dovere di tutelarlo col proprio comportamento fino alla fine, altrimenti ciò che si è fatto viene svilito; che diremmo, che so, di Piero Angela se un giorno lo vedessimo ospite a Voyager, pubblicizzare l'omeopatia o andare al Grande Fratello Vip? Ecco io penso che Imposimato, della cui dipartita umanamento non godo - cosa che, invece, fanno molti dei suoi aficionados, per esempio, verso il tragicamente scomparso ex ministro Matteoli - abbia negli ultimi anni messo al servizio della peggior Italia il prestigio che giustamente si era costruito, facendo un pessimo servizio al Paese, di cui per anni era stato specchiato servitore.
Altro caso di ipocrisia imperante è quello della "iena" Nadia Toffa, colta di recente da malore, da cui si è, buon per lei, riavuta. Personalmente ovviamente, saputa la notizia, mi sono augurato che le andasse tutto bene, cosa che farei se capitasse cosa analoga, non so, a Beppe Grillo, Marco Travaglio, Alessandro Sallusti, dico nomi a caso di gente molto nota, ma che mi è poco simpatica. Cosa che non so sia tipica di molti fan delle IENE. Le Iene sono state una bella trasmissione, di denuncia, di investigazione, ma pian piano si sono perse per strada, cercando il sensazionalismo, più che i fatti. Vedi il legame tra IENE e "Caso Stamina", proprio oggi è scomparsa SOFIA, la bambina che fu oggetto della prima campagna delle Iene pro Vannoni - inventore della cura, oggi, ricordiamolo, condannato per truffa e varie altre amenità - alla bambina le Iene dedicano un ricordo, dimenticando come furono responsabili dell'innesco di una campagna mediatica che generò un corto circuito nelle istituzioni (magistratura, ministero della Sanità, parlamento) che incalzate da un'opinone pubblica aizzata dall'emotività, presero decisioni errate e sconclusionate, dimostrando tutta la loro pochezza, buttando al cesso professionalità mediche e prassi scientifiche. E questo è solo un caso, molti altri sono gli esempi di scoop delle IENE ricercanti più l'emotività che i fatti, vedi la vicenda ultima, coinvolta proprio la Toffa sul caso SOX, l'esperimento del Gran Sasso. Ecco, durante il suo malore, i media e i social si sono affannati a ricordare i pregi della Toffa reporter d'assalto e coraggiosa. Hanno dimenticato di ricordare il lato impreciso, fuorviante, parziale e fazioso con cui spesso costei ha svolto e svolge il suo lavoro, con la sua trasmissione, in cui più che alla Verità si guarda all'Odience, ma ammantandosi di un mantello di moralità, indipendenza e temerarietà, che in realtà è solo un costume, da Pifferaio di Hammeling.
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