mercoledì 21 febbraio 2018

L'importanza di chiamarsi Fornero

"10 cose da sapere sull'Economia Italiana - prima che sia troppo tardi" di Alan Friedman. Il libro di fatto ricalca il precedente "Ammazziamo il gattopardo", in cui Friedman raccontava un po' delle italiche magagne, ossia di quei problemi strutturali del nostro Paese che, per varie ragioni, fatichiamo a correggere, spesso procrastrinando, aggravando la situazione e scaricandola sui posteri. In questo nuovo libro il tema futuro è centrale, Friedman analizza, viaggiando assieme a una fittizia famiglia livornese, paradigma della famiglia media italiana, i problemi della disoccupazione  giovanile, del debito pubblico, della crisi bancaria, delle difficoltà delle piccole imprese, del rapporto col fisco, della visione dell'Europa, della burocrazia paralizzante, del sistema pensionistico. La lettura è agile e i temi posti con chiarezza, talvolta brutale, non gridando alla casta, ma a problemi che sono incistati nella società italiana, taluni culturali, taluni storici. Si osserva come molte problematiche siano scaricate sui posteri, poiché la mancanza di una sistema di governo forte e non assetato di consenso impedisce di affrontarli come si dovrebbe. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine. Due fra tutti, il debito pubblico, che per esempio nella campagna elettorale 2018 quasi tutti tacciano (lodevole eccezione Emma Bonino), dimenticando come questo sia una bomba a orologeria, che potrebbe portare non fra 30, ma fra 5 anni ad attacchi di tipo speculativo al Paese, innescando una crisi finanziaria ben più drammatica di quella, pur pesantissima, da cui lentamente stiamo uscendo, una bomba che va disinnescata, con misure serie, senza promettere irealizzabili tagli di tasse, o aumenti del deficit, ma attraverso una seria revesisione della spesa pubblica e una successiva riforma del sistema fiscale, rendendolo più sempliche, ma anche anche poiù "certo". L'altro nodo è quello delle Pensioni. Può piacere o no, ma nel nostro paese si vive sempre di più, e, diversamente da quanto uno possa credere, i contributi che ogni lavoratore versa all'INPS non servono a pagare la sua futura pensione, ma quella di chi in pensione c'è già. Un sistema così funziona bene se gli occupati sono più dei pensionati (il rapporto era 4 a 1 al tempo della riforma Brodolini che istituì il retributivo), oggi è a mala pena di 1 a 1 (questo pone il tema dell'occupazione, specie giovanile, altra sfida per l'Itaia). Inoltre aver avuto per lungo tempo un sistema retributivo ha fatto sì che si elargissero pensioni generose, non coerenti con quanto ciascuno aveva effettivamente versato. Su questa questione probabilmente con i miei ci avrei litigato, ma è normale.  Questo ha reso necessarie diverse riforme del sistema a partire dal 92, per evitare che il sistema saltasse (siamo tra quelli che al mondo hanno la maggior spesa pensionistica, in parte sorretta dalla fiscalità generale), fino ad arrivare alla detestata FORNERO. Friedman nel libro dice molto schiettamente, cosa che anch'io più modestamente ho sempre pensato, ma mai esternato, per evitare litigi inutili, che la FORNERO è stata una medicina amarissima, ma indispensabile, e la Fornero è stata l'unica, tra coloro i quali hanno retto le istituzioni, almeno in tempi recenti, a parlare con franchezza e onestà agli italiani, presentando loro la realtà dei fatti. E ovviamente a chi fa il lavoro sporco l'Italia certo non riserva encomi. Certo la riforma può avere dei correttivi, ma chi racconta di volerla buttare via, imbroglia. Il nodo è che bisogna trovare il modo di ridurre il cuneo fiscale, ciò il differenziale tra quanto pagano le aziende e quando percepisce il lavoratore, in modo che questi possa affiancare alla pensione INPS (che percepirà lontano nel tempo e non sarà larghissima) una pensione integrativa, cosa che difficilmente oggi la media dei lavoratori dipendenti o autonomi che siano riesce a fare visti gli attuali livelli di reddito.
Friedman riesce a dare, in modo agile, strumenti utili per chi voglia guardare al presente di questo Paese e al suo futuro con realismo e senza farsi irretire da imbonitori di sorta. Sempre che questo Paese lo voglia e non preferisca invece farsi irretire. Perché, comunque, prima poi dovrà amaramente risvegliarsi.

lunedì 12 febbraio 2018

Riflessioni Sinistre

In questi giorni di forzata inattività, mi sono messo a rileggere un po' di testi, ma sopratutto ad leggermi le posizioni attuali delle forze di sinistra in campo, i loro programmi, le riflessioni dei loro capi. Devo dire che le varie sigle di sinistra, l'un contro l'altra armate, che allegramente marciano verso una probabile batosta, mi ricordano quanto diceva Turati, che parlando del Socialismo Italiano, diceva che il suo principale problema erano i Socialisti Italiani, rissosi e condannati alla scissione perpetua. Questo germe si è diffuso a tutta la sinistra italiana, arrivando a quel paradosso della sinistra
"virale" magistralmente raccontato da un Bertinotti-Guzzanti in uno dei suoi spettacoli. Se da un lato c'è un tendenza a privilegiare la forma sul contenuto, rinnovando sì i linguaggi, ma perdendo di vista la necessità di dare comunque sostanza e respiro alle proprie posizioni, non riducendole alla frenesia di ridurle a slogan, a tweet, non assoggettandole a un frettoloso qui ed ora, per l'ansia da consenso, dall'altra vi è una vetusta autoreferenzialità in una presunta superiorità morale e intellettuale, che di fatto inibisce ogni tentativo di analisi e lettura del presente e di disegno di nuove rotte, che non siano quelle già tracciate lustri fa, quando i mari erano ben diversi. In ambo i casi si produce una sinistra velleitaria, elitaria, chiusa, rappresentativa solo di determinati gruppi e di fatto dedita alla difesa di questi e non a dare una lettura del presente e un'idea di futuro. Avessimo chiesto cinquant'anni fa, ai partiti della sinistra di allora: Compagni dove vogliamo andare? Avremmo ottenuto varie risposte, alcune utopiche, altre più pragmatiche, ma avremmo comunque avuto riscontri, immaginiamo di porre una domanda simile oggi, avremmo delle risposte? E ne avremmo di comprensibili? Più probabilmente avremmo qualche imbarazzo alla parola compagni da parte di qualcuno e qualche sorriso di autocompiacimento da talaltri. 
Ho letto qualche tempo fa un bel libro di Mujica, il mitico ex presidente dell'Uruguay, paese sudamericano, che in molto somiglia all'Italia - non a caso molti nostri connazionali ci sono immigrati in cerca di fortuna.  Mujica è stato spesso additato a modello per la sua capacità di rinuciare agli sfarzi della politica, ma ci si è poco soffermati sui contenuti della sua azione. Se da un lato andrebbe preso a modello per la cortesia dei modi di porsi - quanto avremmo bisogno di cordialità nella politica italiana e di rispetto reciproco - dall'altro il suo pragmatismo e capacità di analisi sono altri due elementi peculiari, secondo me tipici di una sinistra di governo, ma assenti nella sinistra nostrana. Mujica, infatti, va ben oltre la retorica, e la sua semplicità, che vuole essere anche modo per non divenire condizionato dal Potere, ma per poter esercitarlo con il necessario distacco che dovrebbe avere ognuno che si trovasse a occupare pubblica carica (usarlo senza esserne sedotti), è corollario e non teorema. Interessante è, per esempio, scoprire che Mujica crede negli accordi commerciali sovranazionali, ritenendoli strumenti con cui evitare lo strapotere del Mercato e quindi del Capitale rispetto ai lavoratori, per questo si compiace del CETA tra Ue e Canada e auspica il TTIP (ai sinistri nostrani penso sia venuto il coccolone), spera a un rafforzamento del MENCONSUR (il mercato comune americano - un caso che TRUMP lo contesti?). Ma di fatto questa è un'ovvietà, è ovvio che se più governi riescono ad accordarsi per uno schema di regole, che  abbia lo scopo di favorire gli scambi e non alcune parti, questo consenta economie più eque, significa dare regole da rispettare alla multinazionali e su cui poterle controllare (in assenza, le multinazionali vanno molto meglio a regolarsi con i singoli governi, dei singoli Stati, spesso ben più facilmente malleabili).
Mujica poi elogia molto l'UE, ne auspica un rafforzamento, vedendola come il motore principale alla diffusione di principi di democrazia, diritti civili e sociali non che come elemento di riduzione dei conflitti nel mondo.
Mi ha poi molto colpito scoprire l'organizzazione della sinistra uruguayana: una federazione di sigle diverse, che si presentano unitariamente alle elezioni nazionali, pur mantenendo le proprie auotnome identità, seleziona con primarie interne il candidato presidente e la squadra di governo. Fantascienza.

lunedì 22 gennaio 2018

Avere qualche numero in testa

In questa campagna elettorale, segnata da chi la promette più grossa, vorrei dare qualche consiglio di lettura a chi voglia affrontare il tema "a chi dare il mio voto" con cognizione di causa. Consigli buoni anche per chi vorrebbe chiedere il voto appellandosi al buonsenso degli elettori e non trattandoli come plebe da gestire a "panem et circensem". Come cittadini, infatti, in questa tornata elettorale dovremmo sentirci feriti nel nostro amor proprio nel vedere che tutti i maggiori gruppi e leader politici si contendono il nostro consenso promettendoci mirabolanti tagli di tasse varie o abassamenti di età pensionabile,  o di realizzazione di investimenti in deficit in sfregio alle regole europee, anzi con il consenso dell'UE che otterremmo in virtù della nostra "credibilità e forza contrattuale" (probabilmente qualcuno pensa che avere il terzo debito pubblico del mondo sia una sorta di attestato di merito), anziché spiegandoci il reale stato dei conti. illustrandoci un piano preciso di tagli alla spesa pubblica, che permetta poi una graduale riduzione della pressione fiscale e una revisione della spesa pensionistica. E' evidente che la classe politica conosce l'elettorato, e sa bene che l'onestà intellettuale, il pragmatismo e la pacatezza non ottengono consenso. Meglio far leva sui tratti più beceri dell'italianità e lavorare per slogan e promesse palesemente non sostenibili, tanto dopo il voto, qualcuno a cui dare la colpa se non si manterrà il promesso lo si trova sempre. Il tema del debito pubblico non è neanche sfiorato. Fa eccezione +Europa a onor del vero e qualche esponente DEM.
I libri da suggerire sono tre, li vedete qui a fianco. 2 Sono di Carlo Cottarelli, il mitico primo commissario della spendig review, il cui rapporto pur presentato dal governo è finito rapidamente nel dimenticatoio, per intraprendere tagli più soft, l'altro è di Roberto Pedrotti, che è stato consigliere economico del Governo Renzi e se n'è andato una volta compresa l'impopolarità e la resistenza che suscita il voler ragionar pragmaticamente di tagli alla spesa pubblica. Eppure da tagliare ce ne sarebbe. E parecchio. E si risparmierebbe, e molto, denaro pubblico, di più di quanto se ne ricaverebbe dai tagli stessi, poiché l'eliminazione di spesa improduttiva consentirebbe di avere più risorse per investimenti e sopratutto di liberare risorse private per il medesimo scopo, ottenendo un effetto positivo ulteriore per la riduzione del debito pubblico, tema che dovrebbe essere centrale nella proposta economica di qualcisasi partito che si candidi seriamente a governare questo paese. Non si può sperare che il debito si riduca per magia, solo perché si fanno investimenti pubblici o si confida nella ripresa che un taglio delle tasse potrebbe generare, bisogna fare scelte a ciò mirate. Cottarelli ne il Macigno, ci riepiloga come si è formato l'enorme debito pubblico italiano e quali sono le vie per iniziare a liberarsene, passando in rassegna tra quelle effettivamente percorribili e quelle francamente avventuriste; ne la Lista della Spesa, si presenta di fatto un "compendio" della relazione fatta come commissario alla spending review, evidenziando settore per settore dove e come tagliare. Se alcuni settori sono noti, alcuni sono delle sorprese - per me - basti pensare quanto costa la diplomazia e quanto costa l'euro burocrazia, tutti elementi che potremmo ridurre e migliorare con una maggiro integrazione europea. Sulla medesima riga Status Quo, dove Pedrotti illustra un piano di tagli pluriennale di 60mld di euro e racconta la sua esperienza come consulente governativo, illustrando come molte sono le "caste" che si oppongono ai tagli, specie quelle dei burocrati, che spesso sanno cambiare legge nel corsodi una notte. Pedrotti smitizza anche un po' i costi della "casta" dei politici, pur ritenendole necessarie, nel senso che in un percorso di riduzione della spesa, l'esempio dei gruppi dirigenti è fondamentale, per cui propne una serie di misure per ridurre i costi della politica delle Regioni e delle strutture dello Stato centrale, pur quantiicandoli con precisione, evidenziando come sia numeri importanti, ma non quelli della vulgata popolare. Tutti e tre i testi hanno una ricca bibliografia per chi vuole approfondire il tema, il testo di Pedrotti poi, ha molti riferimenti on-line. Da leggere, sopratutto per chi pensa che il debito pubblico non sia un problema reale o prioritario.

mercoledì 3 gennaio 2018

Sono sempre i migliori...

Si dice che "sono sempre i migliori quelli che se ne vanno...", quando uno ci lascia " era tanto una cara persona", quando uno sta male "speriamo si rimetta presto", lo diciamo anche di quelli che ci stanno sulle scatole, di quelli di cui non ci frega nulla e di quelli che conosciamo solo per sentito dire. E' un po' politically correct o normale conformismo ipocrita. Orbene, nella vita reale, se ne vanno anche i pessimi (per fortuna) e stanno male pure gli antipatici. Certo non sta bene goderne o augurare sventure, ma trovo più sincero, a volte, tacere piuttosto che unirmi a cori fintamente piangenti.  Se n'è andato ieri il Giudice Imposimato, oggi i media ne ricordano le battaglie da Giudice, la partecipazione a inchieste importanti, l'impegno politico, qualcuno la vicinanza col M5S degli ultimi tempi (si badi questa non è un colpa, ma nemmeno un vanto, direi...), pochi, pochissimi e solo con qualche accenno hanno ricordato le posizioni assunte da Imposimato gli ultimi anni in tema di Vaccini, Obbligo Vaccinale e complotti vari (dall'11 settembre in giù...), oltre che aver dato di sé un'immagine estremamente politicizzata, continuando a fregiarsi del titolo di magistrato (cosanon rara tra togati ed ex), contribuendo a rafforzare i dubbi di chi non ritenga propria terza e il più possibile oggettiva l'azione giudiziaria in Italia. Orbene, io credo che uno, sopratutto quando ha una grande storia alle spalle e rappresenti qualcosa, abbia il dovere di tutelarlo col proprio comportamento fino alla fine, altrimenti ciò che si è fatto viene svilito; che diremmo, che so, di Piero Angela se un giorno lo vedessimo ospite a Voyager, pubblicizzare l'omeopatia o andare al Grande Fratello Vip? Ecco io penso che Imposimato, della cui dipartita umanamento non godo - cosa che, invece, fanno molti dei suoi aficionados, per esempio, verso il tragicamente scomparso ex ministro Matteoli - abbia negli ultimi anni messo al servizio della peggior Italia il prestigio che giustamente si era costruito, facendo un pessimo servizio al Paese, di cui per anni era stato specchiato servitore. 
Altro caso di ipocrisia imperante è quello della "iena" Nadia Toffa, colta di recente da malore, da cui si è, buon per lei, riavuta. Personalmente ovviamente, saputa la notizia, mi sono augurato che le andasse tutto bene, cosa che farei se capitasse cosa analoga, non so, a Beppe Grillo, Marco Travaglio, Alessandro Sallusti, dico nomi a caso di gente molto nota, ma che mi è poco simpatica. Cosa che non so sia tipica di molti fan delle IENE. Le Iene sono state una bella trasmissione, di denuncia, di investigazione, ma pian piano si sono perse per strada, cercando il sensazionalismo, più che i fatti. Vedi il legame tra IENE e "Caso Stamina", proprio oggi è scomparsa SOFIA, la bambina che fu oggetto della prima campagna delle Iene pro Vannoni - inventore della cura, oggi, ricordiamolo, condannato per truffa e varie altre amenità - alla bambina le Iene dedicano un ricordo, dimenticando come furono responsabili dell'innesco di una campagna mediatica che generò un corto circuito nelle istituzioni (magistratura, ministero della Sanità, parlamento) che incalzate da un'opinone pubblica aizzata dall'emotività, presero decisioni errate e sconclusionate, dimostrando tutta la loro pochezza, buttando al cesso professionalità mediche e prassi scientifiche.  E questo è solo un caso, molti altri sono gli esempi di scoop delle IENE  ricercanti più l'emotività che i fatti, vedi la vicenda ultima, coinvolta proprio la Toffa sul caso SOX, l'esperimento del Gran Sasso. Ecco, durante il suo malore, i media e i social si sono affannati a ricordare i pregi della Toffa reporter d'assalto e coraggiosa. Hanno dimenticato di ricordare il lato impreciso, fuorviante, parziale e fazioso con cui spesso costei ha svolto e svolge il suo lavoro, con la sua trasmissione, in cui più che alla Verità si guarda all'Odience, ma ammantandosi di un mantello di moralità, indipendenza e temerarietà, che in realtà è solo un costume, da Pifferaio di Hammeling. 

sabato 23 dicembre 2017

arhgrannhnnnan!

Ecco quando ho visto Star Wars - Gli Ultimi Jedi, alla fine l'unico commento che mi sarebbe venuto è il verso infastidito di Chewbecca (a proposito mio vecchio amico, preparati perché in episodio IX potrebbe toccare a te lasciarci le penne - magari col Millenium - tanto in questa cupio dissolvi disneyana tutto è ormai possibile).  Non vi tedierò con una recensione da fan maniaco che si sente tradito. Ne sono state scritte molte e meglio di quello che potrei farei io. Dico solo questo, se qualcuno prendesse la Gioconda e ci facesse i Baffi sopra, saremmo tutti offesi. Se ridoppiassero  le "Luci della Ribalta" di Chaplin in barese, senza dichiarare che trattasi di parodia e scherzo, si griderebbe allo scandalo, orbene si è permesso di fare una mezza porcata come episodio VII e una bestemmia come episodio VIII su Star Wars. Spiace che Hamill, Fischer, Ford, ci si siano prestati, ma non li biasimo, è il loro mestiere. E' colpa comunque di LUCAS. Con i prequel ha aperto un varco, alla possibilità di mettere le mani sulla trilogia immortale. Nei prequel ci sono molte pecche, ma tutto sommato sono difendibili (a stento per alcune cose). Poi LUCAS, che notoriamente aveva bisogno di soldi (!), vende la LUCASFILM alla Disney. Poteva il sorcio maledetto limitarsi a cartoni, parchi a tema e balocchi sulla saga? Ovvio che no, ed ecco che decide di continuare la trilogia. Ma per farlo deve togliere di mezzo la vecchia, già, un vero piano Kalergi su Star Wars. Via Solo. Via Luke (morto di sforzo!!!) . Via Leia (purtroppo del tutto), persino il povero ammiraglio AKBAR (It's a Mouse's Trap!! le sue ultime parole). Fossi  Chube, R2D2 e D3PO non mi sentirei affatto tranquillo. Il tutto molto furbescamente, infatti già Episodio VII ci aveva fatto accigliare, sopratutto per la pochezza dei cattivi, ma tutto sommato essendo pieno di ammiccamenti a Episodio IV, ce lo avevano fatto digerire, siamo stati poi decisamente irretiti con Rogue One, dove ci si riportava ai fasti del passato, sopratutto  ridandoci un Dart Vader stratosferico. Ecco in questa maniera ci hanno fatto abbassare le difese, a noi cresciuti a Star Wars, e con episodio VIII ci hanno piantato uno sganassone in muso. Vi è mai capitato di star portando da qualche parte un cabaret di paste per festeggiare, le paste vi cadono, si spiacciano e qualcuno magari ci passa sopra con l'auto non curante? Ecco, più o meno è come mi sono sentito io alla fine del film. La cosa che più mi rammarica è ch eora, vedendo la trilogia orginaria, penserò sempre a questo epilogo indegno. Maledetta DISNEY.
La verità è comunque una sola. Dopo la distruzione dell'Impero Galattico, la Ribellione batte le ultime sacche di imperiali, Luke rifonda l'ordine dei Jedi, Leia ripristina la Repubblica, più democratica e funzionale della vecchia, fa qualche figlio con Ian, che continua a scorrazzare per la Galassia con Chube, i figli diventano chi Jedi, chi Contrabbandiere, chi  Senatore della Repubblica. Per noi amanti di STAR WARS in una Galassia Lontana Lontana, Tanto Tempo fa è andata così. E chi dice il contrario è un topastro da strapazzo.
 

venerdì 3 novembre 2017

Casino alla Catalana

Fino a poco tempo fa della Catalogna, conoscevo solo la Crema e l'Astice, ed avevo un'ottima opinione di un posto in grado di dare il nome a piatti così. Sapevo di Barcellona, che mi è sempre stata raccontata con grande entusiasmo da tutti quelli che l'hanno visitata e di cui ho un'immagine tipo Las Vegas sin dai tempi dell'università, quando i miei compagni di studi ci andavano a far l'Erasmus e tornavano senza un esame fatto, ma con tante esperienze memorabili. Poi è arrivato questa storia dell'indipendenza e della crisi spagnola. E mi sono informato, ora mi par di capire che il Governo Spagnolo di Rajoy abbia molte responsabilità se si è arrivati dove siamo oggi, rifiutando ostinatamente di aprire alle richieste di maggior autonomia della Catalogna, senza nemmeno provare una trattativa seria, trasformando questo Poudgjemont, che oltre ricordarmi Harry Potter da grande e un po' stordito, in eroe dell'irredentismo; un capolavoro per uno che ho capito essere un politico di mediocre livello, destinato al dimenticatoio, se non si fosse inventato paladino dell'indipendentismo proprio per sfuggire al suo accantonamento, promuovendo una battaglia referendaria che gli è ampiamente sfuggita di mano (un po' come a Cameron con la Brexit). Si aggiunga poi, la sciagurata gestione del voto referendario, col governo che ordina le cariche alla polizia verso cittadini tutt'altro che facinorosi e successivamente arresti dei politici locali, che riparano in improbabili esili belgi. Quali conseguenze porterà a tutto ciò per la Catalogna, è presto dirlo, anche se probabilmente a lungo termine si avranno ripercussioni sicuramente economiche, ma anche politiche, visto il prossimo voto richiesto da Madrid, dopo lo scioglimento dell'Autonomia Locale Catalana, che probabilmente premierà nuovamente e ancor di più le forze indipendentiste dopo la "lungimirante" gestione della questione da parte del Governo Spagnolo. Il rischio di un'esaperazione del conflitto è tutt'altro che remoto.
Orbene, io non son fan ne degli stati nazionali, ne delle "piccole patrie", anzi, ma il silenzio Europeo, l'incapacità degli organismi europei di assumere una posizione forte nella gestione di tale crisi, che avviene nel suo seno, l'incapacità di uscire da meri pronunciamenti di ordine burocratico legislativo, mi lasciano allibito e rattristato. Ancor di più rivelano la necessità che serve più Europa, ma sopratutto un'altra Europa. Che va costruita. E presto.

giovedì 2 novembre 2017

Matteotti, chi era costui.

Piccolo consiglio di lettura, ho letto recentemente un librettino, 100 pagine circa, raccoglie interventi vari e riflessioni sulla figura di Giacomo Matteotti, deputato polesano socialista ucciso dai fascisti nel 1924, da parte dell'On. Crivellari, parlamentere di oggi (del PD per precisione). Non sto a ragionare sul perché serva scrivere un libro su Matteotti oggi (nel senso che non l'ho scritto io, quindi, questo lo deve spiegare l'autore), ma sul perché serva leggerlo. Il libro in questione, che è di agile lettura, non è una delle molte biografie di Matteotti, a volte è vero più simili alla agiografie, ne un'esegesi del pensiero, ma una riflessione, attraverso discorsi e articoli, dell'attualità del  suo esempio, della sua modalità di intendere il servizio politico. Attualità sopratutto perché la figura di Matteotti dovrebbe essere un esempio per chi pratica politica oggi, quella di un parlamentare che parla chiaramente, denuncia, vive il territorio, insomma una figura che davvero merita il titolo di "Onorevole". Ma anche una figura che ci ricorda perché non possiamo essere tolleranti in materia di recrudescenze fasciste. Questo strisciante revisionismo sul ventennio, questo alimentare, anche tramite i social, un'immagine del regime del Duce, che, fondo "non era poi così male, anzi", questo perenne richiamo al "ci vorrebbe il Duce a rimettere apposto l'Italia", il "quando c'era lui si stava tutti bene" che spesso imperversa anche nei discorsi al bar, sono fenomeni troppo spesso derubricati come secondari, come tare di una certa sinistra, come inezie rispetto ai problemi del paese "che sono bena altri". Ecco, però, poi, scopriamo che lo scontro politico si imbarbarisce, le parole si fanno violente e poi violente diventano le azioni e l'avversario politico è nemico, come il diverso, e va eliminato, anche fisicamente. E la democrazia, beh, la democrazia se non funziona, la sostituiamo... dimenticando che la Democrazia non è un mezzo, ma un fine e che va perseguita quotidianamente e che le scorciatoie danno sempre esiti drammatici, e che  tollerando oggi giorno piccoli atti di violenza e prevaricazione nella vita pubblica e sociale, ogni giorno spostiamo l'asticella verso una società sempre meno razionale e sempre più totalitaria. Ecco perché non si possono tollerare mistificazioni della Storia, ecco perché val la pena leggere delle parole che ci ricordino chi ERA Giacomo Matteotti. OGGI.

Lettera aperta al compagno Giovanni Crema

     Caro Giovanni ho letto con grande attenzione, comprensione e partecipazione la lettera in cui comunichi pubblicamente la tua decisione ...