venerdì 15 aprile 2022

#enricostaisereno pure troppo


Ho sentito nei giorni scorsi delle dichiarazioni del segretario del PD Letta, in merito ai rapporti tra UE e Putin nel corso degli anni, dichiarando che esistono due Putin:

- quello severo, ma ragionevole in cui negli anni scorsi l'Europa aveva un interlocutore importante nelle questioni geopolitiche strategiche.

- quello recente della guerra in Ucraina, irragionevole, violento e imperialista. 

Ho riflettuto su queste parole. E personalmente credo che il ragionamento di Letta sia o ipocrita e in malafede, oppure completamente privo di coerenza logica. In ambo i casi, visto che è fatto dal capo del maggior partito di centrosinistra, mi rende particolarmente depresso circa le sorti  del nostro paese in vista del dopo Draghi e delle prossime elezioni.

Parlare di due Putin serve a creare un buon alibi ai palesi errori di sottovalutazione o alle connivenze di comodo dei Governi Europei di almeno gli ultimi 4 lustri con l'autocrate russo. Finché faceva il Battuto di Carne in Cecenia, poi in Siria, destibilizzava la Georgia e in parte l'Ucraina con la Crimea, teneva in piedi dittatorelli come Lucascenko ed altri nel Caucaso, sostanzialmente ce lo siamo fatti andare bene, in alcuni casi ci faceva pure comodo, e pazienza se in Russia sparivano oppositori, giornalisti non allineati, si introducevano normative autoritarie, si perseguivano gli omosessuali, ogni tanto s'ammazzava qualche dissidente riparato all'estero, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. E poi che bello fare affari coi russi, gas, risorse varie, grano e miliardari spendaccioni, che amavano importare beni di lusso oppure fare vacanze da nabbabbi qui da noi. E pazienza se per evitare che nell'UE ci fosse una diffusa presa di coscienza il governo russo combatteva una guerra informatica contro di noi, sosteneva centrali di disinformazione, sosteneva forze politiche - che lo santificavano - dichiaratamente euroscettiche al solo scopo di evitare che l'Unione diventasse un attore geopolitico coerente. Insomma come sempre abbiamo fatto gli imbelli, lucrato, finto di non vedere, sperato che in qualche misura l'uomo forte russo si sarebbe in qualche modo moderato. E invece. Putin il disegno di rendere di nuovo la Russia una nazione con una sua sfera d'influenza ce l'ha sempre avuta. Non potendo vantare un peso economico sufficiente ha cercato di usare le sue risorse geominerarie, il suo pacchetto di turbo capitalisti, talora la forza bruta. In Ucraina forse stavolta ha pisciato fuori dal boccale, facendola troppo grossa e costringendo l'UE e in senso lato l'Occidente a dover fare qualcosa. 

Ma affinché l'Occidente e l'UE possano davvero esplicare un'azione efficace e ritornare ad avere un ruolo attivo nel ridisegno verso una maggior equità, stabilità e serenità degli scenari globali la prima cosa è la sincera autocritica e ammettere che su Putin, come su altri, si è ipocritamente finto di non vedere e meschinamente di lucrare, nella peggiore tradizione recente dell'occidente. 

Insomma caro Letta, non ci sono mai stati due Putin, ma soltanto noi che crediamo sempre di essere i più furbi e ci piace pensar d'esser santi, mentre siamo dei gran paraculi. Ma i nodi arrivano al pettine.

mercoledì 13 aprile 2022

Mondiali in Qatar. Occasione persa per fare un figurone


L'Italia per la seconda volta consecutiva non si qualifica ai mondiali di calcio. Ovviamente la cosa ha destato grande amarezza nel paese, specie dopo le aspettative destate dalla vittoria degli Europei. Pianti degli sponsor, grida di disonore. Per qualcuno c'è l'aspetto positivo che questo ridimensionamento del calcio sta permettendo ad altri sport di accedere a maggior notorietà, consentendogli di raggiungere un pubblico maggiore, aumentando la cultura sportiva del paese. Ma per tutti il fatto è di per sè negativo. Lo è anche per me, ma in modo diverso. Penso che abbiamo fatto una brutta figura. 

Non per la mancata qualificazione, ma per aver tentato di qualificarci.

I prossimi mondiali si giocano in Qatar, se è vero che adesso al Qatar vogliamo un mondo di bene perché, non certo gratis, ci serve per affrancarci un po' dalla dipendenza dal gas russo di cui politiche molto poco lungimiranti degli ultimi 2-3 lustri ci hanno reso fin troppo legati, è pur vero che questo evento sportivo è stato segnato da una delle più smaccate azioni di sfruttamento schiavistico di manodopera, in sfregio a diritti minimi, sicurezza, equo salario, davvero approfittando del disagio socioeconomico di alcune parti del mondo, le scintillanti strutture in cui si giocheranno le partite sono davvero costruite col sangue degli operai, peggio che ai tempi della grande muraglia. E' una cosa inaccettabile. Se la crisi ucraina ha ridestato l'Occidente in merito a una presa di coscienza di alcuni suoi valori fondanti, non da meno dovrebbe essere la vicenda dei mondiali qatarioti. Non è possibile mercificare vita e lavoro in questo modo, anche il calcio deve avere un'anima o per lo meno il senso della misura. 

Ecco perché la nostra nazionale ha perso un'occasione. Se la squadra vincitrice dell'ultimo europeo, una delle nazioni calcistiche per eccellenza avesse consapevolmente deciso di non provare nemmeno a qualificarsi a questo mondiale, denunciando questo scempio, come paese, come società, come popolo avremmo fatto un figurone, e magari costretto ad una riflessione il sistema e l'opionion pubblica, invece non solo ci abbiamo provato, ma abbiamo pure fallito e ci abbiamo pure pianto sopra. 

Insomma anziché un figurone, una gran figuraccia.

giovedì 10 marzo 2022

Vis Pacem. Para Pacem

Onestamente la Pandemia non mi ha mai atterito oltre un certo limite. Ero e sono piuttosto convinto che il nostro Sistema Sanitario avrebbe retto (motivo in più per difenderlo), che la scienza medica, in qualche modo avrebbe, come è successo, trovato un vaccino o una cura (meno male che Big Pharma c'è) e sopratutto che se io e i miei cari avessimo seguito con attenzione le regole di comportamento, in modo diligente - i cultori della libertà direbbero obbediente, in segno di dileggio, ma per me su questo davvero non mi tangono - ne saremmo in qualche modo usciti. E' così sta, lentamente accadendo, pur tra le polemiche, le inutili diatribe, le strumentalizzazioni politiche e le isterie di qualcuno. Ma tant'è l'Italia, o meglio gli italiani sono anche questo, e sebbene la cosa sia un problema, non so davvero cosa possiamo farci. 

Mi inquieta, invece, ben di più quello che sta succedendo in Ucraina. Perché era qualcosa da me impensabile al giorno d'oggi. Una guerra violenta, d'aggressione, nell'Europa, Jugoslavia e Kossovo sembravano storie lontane. La guerra pareva davvero qualcosa da lasciare fuori da casa nostra. Roba quasi da primitivi, terzo mondo. Ed invece succede che la Russia aggredisce con pretesti inesistenti l'Ucraina. E ci ritroviamo con i profughi alle porte di casa, con la paura che il conflitto si allarghi. E qui io non posso fare nulla per fare andare meglio le cose. Non ci sono regole che io possa seguire per far finire questa tragedia o per impedire che peggiori, non ci sono medici a cui appellarsi. Perché paradossalmente è più razionale la pandemia di Covid 19 che non la guerra in Ucraina, o la guerra in generale. Posso dare solidarietà, soldi, beni di prima necessità, ma non ci sono regole, non ci sono davvero attività che si possano fare per contribuire a porre fine a questa cosa. Sì, si può manifestare tenere alta l'attenzione, evitare che ci abituiamo a questa guerra come ci siamo abituati al carnaio siriano, alla macelleria del Tigrai in Eritrea, dello Yemen, del Myanmar, al'Iraq o all'oppressione dell'Afghanistan o delle minoranze tibetane e youigure in Cina e così via. Ci siamo assuefatti alle dittature con cui convivere. Ecco questo lo possiamo fare, smettere di adeguarci, di abbozzare, di passare oltre. 

Non possiamo andare avanti con l'ONU modello seconda guerra mondiale, quando tra i membri permamenti del consiglio di sicurezza ci sono quelli che aprono i conflitti, con un'UE atterrita dai profughi (ci sono forze politiche italiane che anche di fronte agli sfollati Ucraini sono riusciti a fare ignominiosi distinguo), che tarda a diventare un attore globale necessario per il riequilibrio degli assetti mondiali, non possiamo andare avanti con politici che propalano disinformazione e concittadini isterici che ci vanno dietro.

Ma non possiamo nemmeno andare indietro. O svicolare. Dobbiamo inziare a chiamare le cose con il loro nome, capire che le semplificazioni faziose dei temi complessi sono pericolose, riappropiarci del linguaggio e della partecipazione. Dobbiamo tornare a prendere prendere parte. Che non significa essere DI parte. Ma essere DA un parte.

lunedì 27 dicembre 2021

Quantunque DRAGHI

C'è chi grida alla fine della democrazia, chi lo invoca come uomo della provvidenza, chi lo adula (oggi), chi lo esecra, pur non avendo un grammo di competenza e credibilità per farlo. A me Draghi piace. Perché è indubbiamente un competente, un generoso, un europeista serio, un razionale, non è innamorato di se stesso come altri, non ha bisogna dei social, e poi viene annoverato tra i liberal socialisti e dai fatti lo sembrerebbe proprio. E' un signore, che ha messo la sua credibilità e storia al servizio di questo paese, in uno dei suoi momenti peggiori, per la pandemia, la crisi economica e forse all'apice dello scadimento della democrazia dei partiti, e del parlamento, popolato di personaggi improbabili, squinternati, inetti, in perenne zuffa, purtroppo specchio di un paese, roso dall'invidia sociale, dal malcontento, dalle diseguaglianze e inefficienze e da una certa crassa ignoranza. La pandemia, ci ha fatto toccare il fondo e ha costretto questo sistema ad autocommissariarsi (ma non ad autoriformarsi),  per fortuna avevamo un Draghi nella manica, spero riesca a restarci il più a lungo possibile e riusciamo a mantenere un galantuomo anche al Colle. Ma prima o poi questa fase di "salvezza nazionale" piuttosto riottosa finirà e rischiamo di ritrovarci come prima, anzi un po' peggio, perché abbiamo scoperto di avere nella nostra società pezzi che ormai sono decisamente fuori centro e problemi strutturali non affrontati, tra cui la qualità della classe dirigente, la concezione della politica, il relativo impegno civico e civile e un problema demografico grande come una casa - unito alle sfide della transuzione ecologica. Bisogna  usare bene questo tempo e tornare alla politica delle cose, di nenniana memoria. I partiti devono ritrovare una dimensione sociale, non bastano i programmi, le idee, gli slogan, i social o i convegni. I partiti devono anche dare risposte materiali. Quelli di sinistra particolarmente. Si parla di aggregato liberal socialista. Non deve essere una cosa da intellettuali o addetti ai lavori. Certo deve avere una dimensione culturale forte e la deve diffondere con metodi capillari, i social e non solo, i dibattiti, le discussioni, la formazione e la partecipazione. Ma un soggetto della sinistra riformista - che oggi non c'è, diciamolo, non basta dichiararsi tali o rifarsi a grandi passati - deve avere una dimensione concreta e pragmatica. Agli albori erano riformisti i promotori delle società di mutuo soccorso, delle leghe bracciantili e così via. Organizzavano scuole per gli analfabeti, sostegno laddove non c'erano ammortizzatori sociali, difesa degli indigenti. Oggi cosa c'è di tutto questo? Al massimo il sostegno alle manifestazioni o la solidarietà sui social. Ci siamo indignati per i dipendenti di Amazon costretti a vivere nei camper per esempio. ma si è vista qualche forza di sinistra andare lì, che so a portare almeno un thé caldo? Non mi pare. Una volta le forze di sinistra avevano il quadro completo delle famiglie in difficoltà nei loro paesi, oggi nelle aree di disagio, nelle periferie è più facile trovare i neofascisti, o peggio. Per ritrovare credibilità e rappresentanza bisogna tornare a parlare anche con quelle persone e con i lavoratori, imprenditori compresi, senza preconcetti e ad esserci con coerenza e costanza, partecipare alle loro difficoltà e farle proprie, come delle intuizioni,. Non solo nello spazio delle dichiarazioni elettorali. Solo così si potrà davvero, come disse Turati "Rifare l'Italia", rifacendo gli Italiani.

domenica 14 marzo 2021

Francamente io non capisco

 Onestamente davvero non capisco i democrats che piangono il Conte 2. Che lo raccontano come un illuminato e fulgido esempio di nuovo corso laburista, che raccontano di un Conte, diverso da quello al governo con Salvini, con cui ha condiviso tutto e con cui ancora starebbe se quest'ultimo ebbro di sondaggi e mojito non avesse preso una topica colossale. Davvero quelli che ci raccontano di una specie di colpo di stato contro il governo del popolo (fatto da chi da Mattarella?) dei poteri forti che non volevano un governo di "sinistra" che amministrasse il recovery fund. Che giustificano le mancanze e gli orrori (come le chiamiamo le misure sulla giustizia?) di quel governo, segnalando che Conte ci "metteva la faccia" sui DPCM... Ci metteva che? L'uomo che aveva ROCCO CASALINO come portavoce era maestre nel presidiare il tubo catodico, le conferenze (a raffica, davvero ci mancano i DPCM fatti nel cuore della notte nel fine settimana?) erano ampiamente costruite e sopratutto.... con che contenuti? Eh ma il problema sta qui. A noi italiani ci piacciono quelli delle sceneggiate. Quelli che ce la raccontano. D'altronde non a caso ci è piaciuto per 20anni il duce, che di sceneggiate era maestro e ci siamo fatti abbagliare da Berlusconi e poi da Grillo, teatrali e teatranti. E quindi, Draghi che ha uno stile più dimesso, parla non per annunciare, ma per presentare numeri e fatti non ci potrà mai piacere davvero. Ma sopratutto non ce li meritiamo.

Detto questo in casa PD grandi sommovimenti. Non dovrei parlare di casa d'altri, ma ciò che capita nel PD riguarda, piaccia o meno, tutto il centrosinistra. Fossi un iscritto, mi lascerebbe molto amaro, questa incoronazione di Letta senza nessuna possibilità di discutere, fosse anche solo per esprimere consenso. Ma si vede che oggi si usa così. Per come la vedo io, tutti i partiti del centro sinistra dovrebbero ammettere la loro inadeguatezza. Sciogliersi, per ritrovarsi in qualche luogo catartico per ripartire dalle fondamenta. Ma si sa, io sono un sognatore.

Sul tema PD vi lascio una lucida riflessione di Claudo  Martelli. Per l'Avanti!

 La Vigilia del PD

Domenica l'Assemblea nazionale. Un'analisi di cosa attende il nuovo segretario

ENRICO LETTA e L'EREDITA' di ZINGARETTI 


di Claudio Martelli

  Quale eredità Zingaretti lascia in dote a Enrico Letta? Per rendersi conto e misurare le difficoltà che attendono il nuovo leader del PD bisogna ripercorrere gli ultimi due anni. Nell’estate del 2019 Salvini che ha appena ottenuto il 34 per cento alle europee, mette in crisi il governo Conte e reclama elezioni anticipate. I 5 Stelle che alle europee hanno dimezzato i voti sono  spalle al muro, terrorizzati. Renzi, ancora nel PD, teme anche lui il voto anticipato che guasterebbe il suo piano scissionista, perciò spinge per un accordo coi grillini. Zingaretti che all’opposizione aveva recuperato quattro dei tanti punti persi da Renzi è perplesso, ma si lascia convincere. Corre in soccorso di Di Maio ma, inspiegabilmente, anziché dettare qualche condizione accetta tutte quelle che gli pongono i grillini: presidente lo stesso Conte e lo stesso programma: taglio dei parlamentari e della prescrizione ovvero processi senza scadenza, quota 100 e reddito di cittadinanza intoccabili infine, persino i decreti sicurezza di Salvini che resteranno in vigore per un anno. Ma Zinga passato dal dubbio all’euforia promette niente meno che “la rivoluzione!”e per cominciarla propone ai 5 Stelle un’alleanza strategica. Poi quando Di Maio e i governatori PD - tutti salvo Emiliano - lo smentiscono nega di averne parlato, ma poco dopo rilancia definendo Conte – appena reduce dal governo con Salvini – “un riferimento per tutti i progressisti”. Con la pandemia prima negata poi drammatizzata il governo vara i provvedimenti graditi ai 5 Stelle e per il resto si affida alla comunicazione seriale di Conte - più presente in tv di Bruno Vespa e Lilli Gruber messi insieme. Il premier che non governa ma rinvia è abile ad attribuirsi i meriti degli ingenti aiuti europei in verità spronati dal commissario Gentiloni e decisi da Macron e Merkel. Conte è solerte anche nell’accumulare potere nelle proprie mani e in quelle di Arcuri fidato tramite con D’Alema, mentre Goffredo Bettini redivivo ideologo del PD e della coalizione lo innalza, lo celebra, lo adula quale “statista” e insostituibile leader del nuovo fronte progressista. A un certo punto anche Zinga si accorge che qualcosa non va e sembra impuntarsi: “Il governo cambi passo, non si può tirare a campare, il MES è necessario” ma viene dissuaso dall’ineffabile Gualtieri e zittito dallo stesso Conte. Quando poi Renzi apre la crisi e Conte il mercato dei transfughi Zingaretti chiude le porte a Renzi, incita Conte a resistere e si accoda ai ministri dem e al suo vice Orlando che proclamano in tv: “O Conte o elezioni, noi non andremo mai al governo con la Lega, né con Draghi né con Superman”. Pochi giorni dopo Mattarella e Draghi formano un governo di unità nazionale con Grillo e Salvini, il PD e Forza Italia. Orlando non batte ciglio felice di tornare ministro con Giorgetti, Molteni e Garavaglia. A completare il fallimento politico di Zingaretti Conte abbandona il ruolo di federatore del centro sinistra e si prepara a fare il capo politico dei 5 Stelle. Con lui alla guida – dicono i sondaggi – i 5 Stelle recupereranno molti voti perduti sottraendoli proprio a quel PD che lo ha messo sull’altare. Tardi, molto tardi anche Zingaretti si è reso conto del disastro combinato, ma anziché chiedere scusa sferra il classico calcio dell’asino. Impegnato a scambiare poltrone tra sottosegretari del PD e assessori dei 5 Stelle cooptati nella sua giunta regionale, Zingaretti dichiara di vergognarsi del suo partito, lo accusa di occuparsi di poltrone in piena pandemia e ribollendo di sdegno si dimette da segretario. 

Merita attenzione anche quella parte dell’invettiva zingarettiana destinata a chi non parla nelle riunioni di partito ma all’esterno logora la leadership con critiche e distinguo. Merita attenzione perché nell’era Zingaretti le riunioni del PD di solito sono state convocate, aperte e concluse dalla relazione del segretario senza il fastidio di un dibattito. A memoria non esistono precedenti di un leader di partito che pur disponendo di una larga maggioranza si sia dimesso insultando i suoi sodali. Non essere un leader non è una colpa, lo è fingere di esserlo, fallire nel dimostrarlo e andarsene sputando sul proprio partito.  

Certo, Zingaretti a parte, il PD ha colpe e difetti antichi, strutturali, forse congeniti – l’incerta identità, il labile radicamento sociale, il correntismo, il governismo - ma ora e innanzitutto è proprio dalla ingombrante eredità politica di Zingaretti che dovrà diseredarsi. Un’eredità che ha esasperato i tratti negativi dei post-comunisti - “figli di un dio minore” secondo l’auto definizione di  D’Alema agli inizi della parabola, e perciò subalterni ai poteri forti dell’economia e della magistratura, ma anche specializzati nel parassitare gli alleati. Disposti a ogni fusione e confusione e però incapaci di proporre al paese una propria idea d’Italia e un proprio leader. Proclivi a inchinarsi a “un papa straniero” – preferibilmente cattolico - salvo poi logorarlo e metterlo da parte come, in modo diverso, accadde con Prodi, con Rutelli, con Renzi, ma non coi populisti e con Conte.  

Ricapitolando: se era comprensibile e giustificata l’alleanza di emergenza con i 5 Stelle per impedire a Salvini di impadronirsi del potere, il modo con il quale Zingaretti ha praticato l’alleanza è semplicemente imperdonabile. Abbia pazienza Bettini: dire le cose come stanno non è mancanza di rispetto è un dovere politico, è spirito repubblicano. 

Imperdonabile è stata anche la fredda accoglienza riservata a Mario Draghi. Le riserve malmostose, i patetici rimpianti di com’era bello il governo giallorosso, la pretesa di mettere subito tra parentesi l’unità nazionale per far rivivere quanto prima possibile l’alleanza coi 5 Stelle significa non aver capito che una stagione è finita e un’altra nuova è cominciata. Insistere su un passato molto più ricco di ombre che di luci – per l’Italia e per il PD – può solo propiziare il suicidio strategico previsto dai sondaggi che segnalano un PD in caduta libera tra il 16 e il 14 per cento. 

Sentire come più affine, più di sinistra e più riformista il governo Conte rispetto al governo Draghi è prova di immaturità e di cecità. Se questo abbaglio dovesse tradursi nel lesinare al nuovo governo fiducia, sostegno, respiro, durata, se dipingerlo come un governo tecnocratico “spostato a destra” esprime il desiderio di una profezia che si autoavvera siamo di fronte a una forma estrema di quel male della sinistra che Veltroni bollò come “tafazzimo”.  

Se le categorie di destra e di sinistra conservano un significato verificabile nelle parole e dai fatti Mario Draghi è più di sinistra di Giuseppe Conte. Non solo perché l’ex governatore di Banca Italia e della Banca Europea si è definito un socialista liberale e l’ex avvocato si vanta di essere “un sano populista”. Le parole vanno prese sul serio, almeno quelle delle persone serie e il socialismo è certamente di sinistra mentre il populismo che si vuole né di destra né di sinistra è spesso, se non sempre, anche di destra. Ma non si tratta solo di parole. 

Le esperienze, le storie, prove di chi ha salvato l’euro e l’Italia dalla bancarotta sono molto diverse da quelle di chi ha governato distribuendo pensioni anticipate, mance, sussidi e giustizialismo a gogò. A meno che questo PD, a differenza di quello delle origini, non consideri la competenza, il merito e la cultura connotati di destra anziché, come in realtà sono, criteri e valori di eguaglianza, sinonimi di progresso e strumenti “dell’ascensore” sociale disponibili per tutti. Anche il governo di Draghi è più di sinistra di quello di Conte. Si teme la presenza di ministri della Lega e di Forza Italia? Ma la loro presenza e il loro peso sono decisamente inferiori a quelli sovrastanti che avevano i 5 Stelle nel gabinetto Conte e oggi sono inferiori per numero e per peso ai ministri del PD, di Leu e ai tecnici notoriamente vicini al PD. Di fatto al ministero del lavoro c’è Orlando al posto della Catalfo: è uno spostamento a destra? Di fatto Brunetta ha appena varato un decreto di riforma della Pubblica Amministrazione con il plauso dei sindacati (e nel silenzio del PD). La concertazione non è più uno stigma di sinistra? Spiace che ci sia un generale a occuparsi di distribuzione di vaccini? Ma la logistica in tutto il mondo e anche in Italia è specialmente radicata proprio nelle competenze dell’esercito. Che cosa muove questo rimprovero? La nostalgia dell’inaffidabile Arcuri? O un repentino ritorno all’antimilitarismo d’antan che fa a pugni con il riconoscimento anche da sinistra al valore dei nostri soldati nelle tante missioni internazionali in cui sono stati e sono impegnati?    

Ha scritto bene sul Riformista Claudio Petruccioli: il PD abbagliato da Conte lo rappresenta come una specie di Allende travolto da un colpo di Stato (di chi? Di Mattarella?). Ora, Zingaretti e Bettini dopo aver  condotto il loro partito in un vicolo cieco si sono dimessi, tuttavia  pretendono di condizionare il nuovo segretario imponendogli di perseverare nel diabolico errore di avvitarsi anima e corpo ai 5 Stelle. Evidentemente per loro l’alleanza è più importante della vita del PD. Infatti è chiaro ed evidente che ogni speranza di ripresa di un PD indebolito e disorientato dipende proprio dal recupero di una piena autonomia ideale, politica e strategica. Autonomia dai 5 Stelle e autonomia dalle estenuanti guerre di corrente.        

Se, come auguro al PD, il futuro sarà guidato da Enrico Letta scommetterei che la sua profonda conoscenza dell’Europa, l’adesione al socialismo europeo e, soprattutto, le prove di serietà che ha già dato lo terranno vicino a Mattarella e a Draghi e a distanza di sicurezza dai populisti e dai trasformisti. La vecchia alleanza è scaduta, il tempo di una nuova verrà e sarà disegnato da come ciascuna forza politica si comporterà da adesso in poi e l’adesso è il tempo dell’unità nazionale per vincere la pandemia e superare al meglio le terribili crisi che ha provocato. 

da https://avanti.centrobrera.it/

 

         

mercoledì 20 gennaio 2021

Pandemia portaci via

Siamo davvero stati i più bravi a gestire l'emergenza COVID-19 come ci raccontiamo? Davvero non potevamo fare meglio e di più? Siamo in grado di affrontare efficacemente ciò che ci aspetta e investire bene i fondi che dovremmo avere per rimetterci in carreggiata (tenuto conto che il paese sbandava non poco già prima della Pandemia)? Diversamente dal 90% degli italiani e dal 120% della classe politica non ho risposte certe e granitiche. Probilmente nella prima ondata alla fine ce la siamo cavata, non troppo male. Ma nella seconda, l'incapacità cronica di programmare di questo paese e l'irresolutezza e improvvisazione di chi governa hanno fatto da padroni, portandoci al difficile quadro odierno. L'aver fatto spendere soldi agli esercenti per adeguarsi alle norme anti covid per poi aver imposto comunque la chiusura, è cosa da poco? Il non aver istituito, come nella migliore italica tradizione, un sistema di controlli efficace sulle norme covid (ecco magari i navigator servivano più qui) è trascurabile? L'assenza di pianificazione per garantire la scuola? L'aver dato messaggi (e qui ci  mettiano pure i vari virologi ed epidemiologi, i comitati tecnici e le task forces, ringraziamo la prof.ssa Viola e i vari Villa, Di Grazia, Bucci, Bressanini che sul tema sono stati molto più avveduti) di tana libera tutti in estate e non aver avuto la capacità di imporre una serrata riparatrice e doverosa è trascurabile? La nomina di commissario a tutto di questo Arcuri di cui ci sfuggono le particolari capacità e le evidenze dei risultati ottenuti, a parte le ospitate dalla Venier - beato il tempo dei funzionari schivi e operativi - con le ricadute che ciò ha comportato sono pochezze? Orbene per me no, anche perché le stiamo pagando a suon di morti e debito pubblico. Che il Governo fosse pieno di impreparati lo sapevamo, che fossero pure supponenti anche, che nel M5S ci siano degli squinternati anche, che abbiano dimostrato di essere disposti a tutto (buoni a nulla capaci di tutto si direbbe) lo hanno dimostrato passando come nulla fosse da un governo con la Lega  a uno con gli esecrati PD, il soparassedere su tutte le loro belle enunciazioni, arrivando financo ad abbracciare Mastella. La cosa più intollerabile, però, è la rivendicazione di coerenza di Conte e il suo far appello da governo europeista.... lui, espressione del M5S europeista esattamente come la Lega, se non meno. La cosa che a me lascia basito è l'inerzia PD. Mentre la Lega di fatto governava il Conte I, nel Conte II il M5S si rianima e Conte stesso (quel del "posso dire che..." a Di Maio) diventa uno statista insostituibile e il PD porta a casa estremamente poco, pur avendo lo stesso potere contrattuale di Salvini. Perchè? Penso perché il PD non abbia di fatto un'idea di cosa voglia essere e di come ridisegnare il paese, penso che la sconfitta del 2018 non abbia insegnato nulla e infatti nulla si è fatto culturalmente e organizzativamente per superarla, e sopratutto penso che ne PD ci sia l'idea che se loro sono al Governo, già quello è un bene per il paese a prescindere dai fatti.

La ragion d'essere di questo governo era quello di riguadagnare consenso rispetto a una prospettiva di vittoria del centro destra? Ci sta riuscendo? Direi di no visto che tutte le rilevazioni danni la destra sempre in vantaggio, è cambiato solo il peso della Meloni nella coalizione (bel successo). Può bastare per tenere un esecutivo? Io penso di no, per altro penso anche che se il Governo andrà alle destre la colpa non sarà di chi farà cadere il governo, ma del volere degli italiani. E qui si apre un tema, la democrazia ci va bene solo se vince chi piace a noi? Se gli italiani vogliono un governo Salvini-Meloni è giusto lo abbiano. Almeno potrò maledirgli gli avi senza scocciatori. Poi possiamo anche discutere se gli italiani sono all'altezza come popolo, ma questa è un'altra storia.

Crediamo davvero che l'attuale compagine di Governo sia quella che potrà affrontare la sfida di far ripartire questo paese, di cogliere l'occasione di questa crisi per provare ad intervenire sui problemi strutturali del paese, di investire bene i soldi europei (ma l'avete almeno letto il nostro piano? Poche paginette piene di retorica...), di prendere di petto il debito pubblico che già era mastodontico prima del COVID ora è fantasmagorico e rischia di mangiarci il futuro (chi pensa di risolvere il tema stampando soldi o uscendo dall'euro si faccia curare, il debito si paga e solitamente se non si interviene quello che collassa è lo stato sociale, il sistema sanitario e il sistema pensionistico, per cui pure i sereni col retributivo dormano preoccupati). Ci rendiamo conto che questo paese è più ingiusto e pieno di iniquità? Serve un governo forte autorevole, competente, io sono per tornare alla primia opzione di Mattarella: Governo Cottarelli, ministri capaci, patrocinio presidenziale e parlamento che si assume l'onere di sostenere le misure necessarie. 

E' vero, la crisi la posta Renzi che ormai è sputtanato, a prascindere dalla ragioni e dalla capacità, ed è un re Mida al rovescio, e ciò è grandemente colpa sua, ma a prescindere da CHI lo dice, CIO' che dice è fondato o no? Serve o no una guida diversa? 

Per tutto ciò avremmo dovuto cambiare governo e non lo abbiamo fatto. Tutto ammantato dalla retorica del bene del paese. In realtà è la paura è l'insipienza. E non posso che dolermi del fatto che la forza politica in cui io milito, il PSI, in tutto questo non ha saputo essere voce dissonante e coraggiosa, pur avendo fatto qualche importante affermazione. Alla fine, retorica e buoni propositi, e scarsa visione hanno prevalso. A questo punto serve anche capire a cosa serva un partito così.

Che tristezza. Personalmente posso solo dire che continuerò a ritenere che si debba far sentire forte la voce del dissenso ragionato, della proposta concreta. Affinché il chiasso della gazzarra della faziosità  e della pochezza intellettuale non sia il solo rumore, affinché si sa sappia che non è questa la sola Italia.

"Certe battaglie vanno combattute senza paura. altre senza speranza" (cit.).

mercoledì 11 novembre 2020

Cicale e Formiche


Ho recentemente finito di leggere la "Società Signorile di massa" di Luca Ricolfi. Al di là delle convinzioni di ognuno o dell'opinibilità che si può avere sulle conclusioni dell'autore, va sicuramente reso merito per lo sforzo di cercare di descrivera la situazione attuale della società italiana, da un punto di vista socio economico, l'autore non da giudizi morali o etici, anche se implicitamente le sue osservazioni li suscitano nel lettore, o almeno a me. Partendo da diversi indicatori, Ricolfi descrive la società italiana come una società opulenta e "sazia" dove sostanzialemente si preferisce la rendita al redditto. Questo è possibile grazie alla forte patrimonializzazione accumulata dalla generazione post bellica (i boomer) e in misura molto parziale dalla successiva (la X, la mia), su cui di fatto campano le successive. Tale società si caratterizza per la presenza di più persone che non lavorano (disoccupati, pensionati, gli inoccupati NON in cerca di impiego), rispetto a quelli che lavorano, stagnazione economica, bassa produttività, patrimonializzazione diffusa e quella che lui chiama "struttura paraschiavistica" ossia, usando termini d'antan un sottoproletariato che si occupa delle mansioni più scomode, che in Italia, piaccia o meno, per tanta parte sono svolte da manodopera straniera. Ricolfi vede in questo senso l'Italia come un caso particolare, non riscontrando in nessuna altra nazione tutti i caratteri socioeconomici italici, anche se vi sono altre entità nazionali sulla "buona strada". Si badi, questo non significa che la società italiana, sia una società dove il benessere è egualmente distribuito, anzi, Ricolfi evidenzia come non sia affatto così, vi sono disparità crescenti e una sottoclasse, fatta di meno abbienti italiani e stranieri, in perenne difficoltà, e in crescente ostilità. Tra gli aspetti patologici di tale situazione vi è la spesa per gioco d'azzardo, che in Italia, vale più della spesa sanitaria, con tutti gli elementi che questo comporta, la costante dipendenza dei giovani rispetto ai genitori, che spesso sfocia addirittura nel mancato interesse alla ricerca di "una posizione", con conseguenze che si avranno negli anni a venire - non lontani - quando il combinato disposto della crisi demografica - figlia della stagnazione e delle diseguaglianze sociali e di politiche adeguate - e la bassa produttività renderanno insostenibile il sistema pensionistico. Tra gli altri aspetti patologici che l'autore evidenzia vi  è che sebbene la nostra società sembra si sia "liberata dal lavoro", il tempo recuperato non è dedicato all'intelletto o all'ozio ristoratore, ma deve essere riempito con l'apparenza. Da qui si evince perché siamo il paese con più cellulari, che usa internet per svago e social e non per studio e così via. Il ritratto è impietoso, ed è chiaro che per una società che preferisce scaricare altrove i suoi problemi e responsabilità non è piacevole. Ricolfi individua nei tratti salienti dell'individualismo italico alcune delle radici di questa situazione e nella iperburocratizzazione normativa del paese (spesso nata da buoni intenti di lotta alla corruzione, per la trasparenza etc etc) per quanto concerne lo stallo produttivo. Fatto sta che a lungo il quadro non sembra sostenibile. Cosa che penso anche io, e serva una netta inversione di tendenza anche con azioni che rivestano una diversa distribuzione delle risorse, innovazione del paese e anche una certa battaglia culturale ed etica.
Singolarmente Ricolfi vede come antitesi italiana la società Istraeliana, dove vi è un coinvolgimento collettivo nello sviluppo del paese, una maggior redistribuzione delle ricchezze e una mitigazione dell'eccesso di patrimonializzazione, insomma l'autore non lo dice, ma lo dico io, ma un antidoto al quadro è un po' di sano socialismo pragmatico.

Lettera aperta al compagno Giovanni Crema

     Caro Giovanni ho letto con grande attenzione, comprensione e partecipazione la lettera in cui comunichi pubblicamente la tua decisione ...