Onestamente davvero non capisco i democrats che piangono il Conte 2. Che lo raccontano come un illuminato e fulgido esempio di nuovo corso laburista, che raccontano di un Conte, diverso da quello al governo con Salvini, con cui ha condiviso tutto e con cui ancora starebbe se quest'ultimo ebbro di sondaggi e mojito non avesse preso una topica colossale. Davvero quelli che ci raccontano di una specie di colpo di stato contro il governo del popolo (fatto da chi da Mattarella?) dei poteri forti che non volevano un governo di "sinistra" che amministrasse il recovery fund. Che giustificano le mancanze e gli orrori (come le chiamiamo le misure sulla giustizia?) di quel governo, segnalando che Conte ci "metteva la faccia" sui DPCM... Ci metteva che? L'uomo che aveva ROCCO CASALINO come portavoce era maestre nel presidiare il tubo catodico, le conferenze (a raffica, davvero ci mancano i DPCM fatti nel cuore della notte nel fine settimana?) erano ampiamente costruite e sopratutto.... con che contenuti? Eh ma il problema sta qui. A noi italiani ci piacciono quelli delle sceneggiate. Quelli che ce la raccontano. D'altronde non a caso ci è piaciuto per 20anni il duce, che di sceneggiate era maestro e ci siamo fatti abbagliare da Berlusconi e poi da Grillo, teatrali e teatranti. E quindi, Draghi che ha uno stile più dimesso, parla non per annunciare, ma per presentare numeri e fatti non ci potrà mai piacere davvero. Ma sopratutto non ce li meritiamo.
Detto questo in casa PD grandi sommovimenti. Non dovrei parlare di casa d'altri, ma ciò che capita nel PD riguarda, piaccia o meno, tutto il centrosinistra. Fossi un iscritto, mi lascerebbe molto amaro, questa incoronazione di Letta senza nessuna possibilità di discutere, fosse anche solo per esprimere consenso. Ma si vede che oggi si usa così. Per come la vedo io, tutti i partiti del centro sinistra dovrebbero ammettere la loro inadeguatezza. Sciogliersi, per ritrovarsi in qualche luogo catartico per ripartire dalle fondamenta. Ma si sa, io sono un sognatore.
Sul tema PD vi lascio una lucida riflessione di Claudo Martelli. Per l'Avanti!
La Vigilia del PD
Domenica l'Assemblea nazionale. Un'analisi di cosa attende il nuovo segretario
ENRICO LETTA e L'EREDITA' di ZINGARETTI
di Claudio Martelli
Quale eredità Zingaretti lascia in
dote a Enrico Letta? Per rendersi conto e misurare le difficoltà che
attendono il nuovo leader del PD bisogna ripercorrere gli ultimi due
anni. Nell’estate del 2019 Salvini che ha appena ottenuto il 34 per
cento alle europee, mette in crisi il governo Conte e reclama elezioni
anticipate. I 5 Stelle che alle europee hanno dimezzato i voti
sono spalle al muro, terrorizzati. Renzi, ancora nel PD, teme anche lui
il voto anticipato che guasterebbe il suo piano scissionista, perciò
spinge per un accordo coi grillini. Zingaretti che all’opposizione aveva
recuperato quattro dei tanti punti persi da Renzi è perplesso, ma si
lascia convincere. Corre in soccorso di Di Maio ma, inspiegabilmente,
anziché dettare qualche condizione accetta tutte quelle che gli pongono i
grillini: presidente lo stesso Conte e lo stesso programma: taglio dei
parlamentari e della prescrizione ovvero processi senza scadenza, quota
100 e reddito di cittadinanza intoccabili infine, persino i decreti
sicurezza di Salvini che resteranno in vigore per un anno. Ma Zinga
passato dal dubbio all’euforia promette niente meno che “la
rivoluzione!”e per cominciarla propone ai 5 Stelle un’alleanza
strategica. Poi quando Di Maio e i governatori PD - tutti salvo Emiliano
- lo smentiscono nega di averne parlato, ma poco dopo rilancia
definendo Conte – appena reduce dal governo con Salvini – “un
riferimento per tutti i progressisti”. Con la pandemia prima negata poi
drammatizzata il governo vara i provvedimenti graditi ai 5 Stelle e per
il resto si affida alla comunicazione seriale di Conte - più presente in
tv di Bruno Vespa e Lilli Gruber messi insieme. Il premier che non
governa ma rinvia è abile ad attribuirsi i meriti degli ingenti aiuti
europei in verità spronati dal commissario Gentiloni e decisi da Macron e
Merkel. Conte è solerte anche nell’accumulare potere nelle proprie mani
e in quelle di Arcuri fidato tramite con D’Alema, mentre Goffredo
Bettini redivivo ideologo del PD e della coalizione lo innalza, lo
celebra, lo adula quale “statista” e insostituibile leader del nuovo
fronte progressista. A un certo punto anche Zinga si accorge che
qualcosa non va e sembra impuntarsi: “Il governo cambi passo, non si può
tirare a campare, il MES è necessario” ma viene dissuaso
dall’ineffabile Gualtieri e zittito dallo stesso Conte. Quando poi Renzi
apre la crisi e Conte il mercato dei transfughi Zingaretti chiude le
porte a Renzi, incita Conte a resistere e si accoda ai ministri dem e al
suo vice Orlando che proclamano in tv: “O Conte o elezioni, noi non
andremo mai al governo con la Lega, né con Draghi né con Superman”.
Pochi giorni dopo Mattarella e Draghi formano un governo di unità
nazionale con Grillo e Salvini, il PD e Forza Italia. Orlando non batte
ciglio felice di tornare ministro con Giorgetti, Molteni e Garavaglia. A
completare il fallimento politico di Zingaretti Conte abbandona il
ruolo di federatore del centro sinistra e si prepara a fare il capo
politico dei 5 Stelle. Con lui alla guida – dicono i sondaggi – i 5
Stelle recupereranno molti voti perduti sottraendoli proprio a quel PD
che lo ha messo sull’altare. Tardi, molto tardi anche Zingaretti si è
reso conto del disastro combinato, ma anziché chiedere scusa sferra il
classico calcio dell’asino. Impegnato a scambiare poltrone tra
sottosegretari del PD e assessori dei 5 Stelle cooptati nella sua giunta
regionale, Zingaretti dichiara di vergognarsi del suo partito, lo
accusa di occuparsi di poltrone in piena pandemia e ribollendo di sdegno
si dimette da segretario.
Merita attenzione anche quella
parte dell’invettiva zingarettiana destinata a chi non parla nelle
riunioni di partito ma all’esterno logora la leadership con critiche e
distinguo. Merita attenzione perché nell’era Zingaretti le riunioni del
PD di solito sono state convocate, aperte e concluse dalla relazione del
segretario senza il fastidio di un dibattito. A memoria non esistono
precedenti di un leader di partito che pur disponendo di una larga
maggioranza si sia dimesso insultando i suoi sodali. Non essere un
leader non è una colpa, lo è fingere di esserlo, fallire nel dimostrarlo
e andarsene sputando sul proprio partito.
Certo, Zingaretti a parte, il PD ha
colpe e difetti antichi, strutturali, forse congeniti – l’incerta
identità, il labile radicamento sociale, il correntismo, il governismo -
ma ora e innanzitutto è proprio dalla ingombrante eredità politica di
Zingaretti che dovrà diseredarsi. Un’eredità che ha esasperato i tratti
negativi dei post-comunisti - “figli di un dio minore” secondo l’auto
definizione di D’Alema agli inizi della parabola, e perciò subalterni
ai poteri forti dell’economia e della magistratura, ma anche
specializzati nel parassitare gli alleati. Disposti a ogni fusione e
confusione e però incapaci di proporre al paese una propria idea
d’Italia e un proprio leader. Proclivi a inchinarsi a “un papa
straniero” – preferibilmente cattolico - salvo poi logorarlo e metterlo
da parte come, in modo diverso, accadde con Prodi, con Rutelli, con
Renzi, ma non coi populisti e con Conte.
Ricapitolando: se era comprensibile
e giustificata l’alleanza di emergenza con i 5 Stelle per impedire a
Salvini di impadronirsi del potere, il modo con il quale Zingaretti ha
praticato l’alleanza è semplicemente imperdonabile. Abbia pazienza
Bettini: dire le cose come stanno non è mancanza di rispetto è un dovere
politico, è spirito repubblicano.
Imperdonabile è stata anche la
fredda accoglienza riservata a Mario Draghi. Le riserve malmostose, i
patetici rimpianti di com’era bello il governo giallorosso, la pretesa
di mettere subito tra parentesi l’unità nazionale per far rivivere
quanto prima possibile l’alleanza coi 5 Stelle significa non aver capito
che una stagione è finita e un’altra nuova è cominciata. Insistere su
un passato molto più ricco di ombre che di luci – per l’Italia e per il
PD – può solo propiziare il suicidio strategico previsto dai sondaggi
che segnalano un PD in caduta libera tra il 16 e il 14 per cento.
Sentire come più affine, più di
sinistra e più riformista il governo Conte rispetto al governo Draghi è
prova di immaturità e di cecità. Se questo abbaglio dovesse tradursi nel
lesinare al nuovo governo fiducia, sostegno, respiro, durata, se
dipingerlo come un governo tecnocratico “spostato a destra” esprime il
desiderio di una profezia che si autoavvera siamo di fronte a una forma
estrema di quel male della sinistra che Veltroni bollò come
“tafazzimo”.
Se le categorie di destra e di
sinistra conservano un significato verificabile nelle parole e dai fatti
Mario Draghi è più di sinistra di Giuseppe Conte. Non solo perché l’ex
governatore di Banca Italia e della Banca Europea si è definito un
socialista liberale e l’ex avvocato si vanta di essere “un sano
populista”. Le parole vanno prese sul serio, almeno quelle delle persone
serie e il socialismo è certamente di sinistra mentre il populismo che
si vuole né di destra né di sinistra è spesso, se non sempre, anche di
destra. Ma non si tratta solo di parole.
Le esperienze, le storie, prove di
chi ha salvato l’euro e l’Italia dalla bancarotta sono molto diverse da
quelle di chi ha governato distribuendo pensioni anticipate, mance,
sussidi e giustizialismo a gogò. A meno che questo PD, a differenza di
quello delle origini, non consideri la competenza, il merito e la
cultura connotati di destra anziché, come in realtà sono, criteri e
valori di eguaglianza, sinonimi di progresso e strumenti
“dell’ascensore” sociale disponibili per tutti. Anche il governo di
Draghi è più di sinistra di quello di Conte. Si teme la presenza di
ministri della Lega e di Forza Italia? Ma la loro presenza e il loro
peso sono decisamente inferiori a quelli sovrastanti che avevano i 5
Stelle nel gabinetto Conte e oggi sono inferiori per numero e per peso
ai ministri del PD, di Leu e ai tecnici notoriamente vicini al PD. Di
fatto al ministero del lavoro c’è Orlando al posto della Catalfo: è uno
spostamento a destra? Di fatto Brunetta ha appena varato un decreto di
riforma della Pubblica Amministrazione con il plauso dei sindacati (e
nel silenzio del PD). La concertazione non è più uno stigma di sinistra?
Spiace che ci sia un generale a occuparsi di distribuzione di vaccini?
Ma la logistica in tutto il mondo e anche in Italia è specialmente
radicata proprio nelle competenze dell’esercito. Che cosa muove questo
rimprovero? La nostalgia dell’inaffidabile Arcuri? O un repentino
ritorno all’antimilitarismo d’antan che fa a pugni con il riconoscimento
anche da sinistra al valore dei nostri soldati nelle tante missioni
internazionali in cui sono stati e sono impegnati?
Ha scritto bene sul Riformista
Claudio Petruccioli: il PD abbagliato da Conte lo rappresenta come una
specie di Allende travolto da un colpo di Stato (di chi? Di
Mattarella?). Ora, Zingaretti e Bettini dopo aver condotto il loro
partito in un vicolo cieco si sono dimessi, tuttavia pretendono di
condizionare il nuovo segretario imponendogli di perseverare nel
diabolico errore di avvitarsi anima e corpo ai 5 Stelle. Evidentemente
per loro l’alleanza è più importante della vita del PD. Infatti è chiaro
ed evidente che ogni speranza di ripresa di un PD indebolito e
disorientato dipende proprio dal recupero di una piena autonomia ideale,
politica e strategica. Autonomia dai 5 Stelle e autonomia dalle
estenuanti guerre di corrente.
Se, come auguro al PD, il futuro
sarà guidato da Enrico Letta scommetterei che la sua profonda conoscenza
dell’Europa, l’adesione al socialismo europeo e, soprattutto, le prove
di serietà che ha già dato lo terranno vicino a Mattarella e a Draghi e a
distanza di sicurezza dai populisti e dai trasformisti. La vecchia
alleanza è scaduta, il tempo di una nuova verrà e sarà disegnato da come
ciascuna forza politica si comporterà da adesso in poi e l’adesso è il
tempo dell’unità nazionale per vincere la pandemia e superare al meglio
le terribili crisi che ha provocato.
da https://avanti.centrobrera.it/